Ficha Corrida

06/11/2011

Made in São Paulo

Filed under: Drogas — Gilmar Crestani @ 9:07 am
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Depois que o PSDB passou a administrar aquela capitania hereditária, São Paulo passou a exportar um produto típico. Drogas…

Fiumicino, 10 kg di droga sequestrati
sorpreso pusher ‘appollaiato’ su albero

In manette all’aeroporto cinque corrieri che tentavano di introdurre cocaina sul mercato della capitale. Arrestata anche una ragazza che attendeva i clienti a due metri di altezza e un pizzaiolo con dosi nascoste nella sua pizzeria

Fiumicino, 10 kg di droga sequestrati sorpreso pusher 'appollaiato' su alberoGli ovuli di cocaina sequestrati all’aeroporto di Fiumicino

Chili di droga sequestrati e diversi pusher in manette. Curioso l’arresto lungo via Casilina. Una ragazza romana di 25 anni è stata arrestata dai carabinieri dell’aliquota radiomobile di Frascati, perché trovata con decine di dosi di marijuana in tasca, seduta sul ramo di un albero, alla fermata degli autobus ‘Grotte Celoni’. I militari, durante il servizio di pattuglia, hanno notato la presenza anomala a circa due metri d’altezza, e hanno deciso di controllare. La ragazza, già nota alle forze dell’ordine, era appollaiata, probabilmente in attesa di clienti a cui vendere le dosi di stupefacente. L’improvvisata Jane, portata in caserma, è stata arrestata con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio.
Maxi sequestro all’aeroporto di Fiumicino. Le organizzazioni criminali implicate nel traffico internazionale di stupefacenti avevano pensato di superare indenni la barriera dei controlli doganali, approfittando dell’aumento del flusso di turisti in occasione del ponte dei Santi, ma i finanzieri del comando provinciale di Roma sono riusciti a intercettare cinque corrieri che tentavano di introdurre cocaina sul mercato della capitale, sequestrando dieci chili di droga. Si tratta di un cittadino nigeriano, O. D. U. e di un dominicano, R. M. L., provenienti da Lisbona e Madrid, di una coppia di giovani romeni, S. J. e B. O. M., in arrivo da Rio de Janeiro e di N. F. N., anch’egli nigeriano, proveniente da San Paolo del Brasile. I primi due avevano ingerito la droga come emerso dagli accertamenti eseguiti all’ospedale

"G. B. Grassi" di Ostia, che hanno evidenziato la presenza di oltre centocinquanta ovuli, per un totale di circa tre chilogrammi. La coppia di romeni con due chilogrammi di "neve" si era affidata ai classici doppifondi dei trolley, mentre il quinto corriere aveva pensato di oltrepassare la frontiera con tre chili di coca nascosti nelle stecche estraibili delle due valigie. L’ingegnoso sistema non è però sfuggito all’attenzione dei finanzieri, che in passato avevano già scoperto trasporti di droga con simili modalità. Gli ultimi due chilogrammi di cocaina sono stati ritrovati sotto i sedili di un aereo appena atterrato da Caracas e nascosti nelle custodie dei giubbotti di salvataggio. I panetti sequestrati avrebbe fruttato alle organizzazioni tre milioni di euro. I cinque cittadini stranieri sono stati arrestati in collaborazione con il personale dell’Agenzia delle Dogane, con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti.
Non solo pizza al taglio ma anche cocaina all’interno della cucina di un locale vicino piazza Carpegna, al quartiere Aurelio. Gli investigatori della squadra mobile hanno scoperto sotto ai sacchi delle patate, panetti di hashish per circa un chilo e 110 grammi di cocaina. In manette è finito il proprietario della pizzeria, G. E., un romano di 34 anni. Nell’abitazione dell’uomo si stati trovati all’interno di un armadio circa 14.000 euro in banconote di piccolo taglio, provento dell’attività di spaccio. Rinvenuto inoltre tutto il materiale per confezionare le dosi. Le indagini sono partite da una serie di controlli mirati al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti in zona Montespaccato. Nei giorni scorsi gli agenti si sono appostati vicino al locale, notando che la pizzeria era frequentata da molte persone che, dopo essere entrate, ne uscivano poco dopo senza aver comprato la pizza. E’ scattato il blitz della squadra mobile e G. E. è stato arrestato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

(05 novembre 2011)

Fiumicino, 10 kg di droga sequestrati sorpreso pusher ‘appollaiato’ su albero – Roma – Repubblica.it

03/11/2011

EUA & Máfia

Filed under: Base Militar,Cosa Nostra,Democracia made in USA,Máfia,Sicília — Gilmar Crestani @ 8:21 am
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Uma base militar dos EUA na Sicília pediu ajuda à máfia. Natural, usam o mesmo know-how. É conhecida e discutida a razão que levou os EUA a invadir a Europa pela Sicília, durante  a Segunda Guerra Mundial. Não precisaram detonar nenhum tiro. Foram bem recebidos e nunca mais saíram de lá…

Base Usa chiama mafia

In apparenza, un complesso di quattro enormi antenne. In realtà un’opera top secret fortemente voluta da Obama che permetterà di collegare dalla Sicilia tutti i reparti militari americani sparsi nel mondo. Per la realizzazione, a causa del segreto militare, non sono valse le regole contro le infiltrazioni criminali negli appalti. E sull’impianto ha messo le mani proprio un’impresa vicina a Cosa Nostra

la Repubblicadi GIOVANNI TIZIAN
a cura di GIANLUCA DI FEO

IL MUOS DI NISCEMI di GIOVANNI TIZIAN

Un’azienda in odore di Cosa Nostra
nel cantiere dell’antenna americana

Un'azienda in odore di Cosa Nostra nel cantiere dell'antenna americana

In provincia di Caltanissetta è in corso di (segretissima) costruzione la mega struttura che permetterà al Pentagono di collegare tutti i reparti militari in giro per il mondo ed è sotto accusa dal punto di vista ambientale. Per il basamento di cemento armato è al lavoro la Calcestruzzi Piazza, società già comparsa nell’indagine "Mercurio-Atlantide" che non ha ottenuto il certificato antimafia

È la base americana in Italia più contestata degli ultimi anni: il Muos (Mobile User Objective System), la colossale antenna che permetterà al Pentagono di collegarsi con tutti i reparti statunitensi sparsi nel mondo. Sta sorgendo a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, nonostante le preoccupazioni della popolazione per i rischi legati alle emissioni elettromagnetiche. Si tratta di un impianto strategico per il futuro delle forze armate di Washington, spinto dall’amministrazione Obama nei colloqui con Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa. Un’opera coperta dal segreto militare, per la quale non valgono le regole degli appalti. Ed è questa segretezza che ha permesso l’ingresso nel cantiere a un’azienda finita nel mirino dei magistrati per i rapporti con Cosa Nostra: la Calcestruzzi Piazza, che fornisce il gigantesco basamento di cemento per la mega-installazione.
La Calcestruzzi Piazza è emersa all’indagine "Mercurio-Atlantide" della procura antimafia di Caltanissetta. Negli atti resi noti a fine 2009 l’azienda viene associata al boss niscemese Giancarlo Giugno. I pubblici ministeri nella richiesta di misura cautelare hanno scritto che ci sarebbero "cointeressenze del Giugno nell’attività espletata dal Piazza non a caso, infatti, egli utilizza il plurale nelle richieste che formula al Piazza, per il recupero dei crediti". Vincenzo Piazza, fondatore della ditta,  compare pure nell’indagine "Triskelion": anche in questo caso, viene indicato come vicino al boss Giugno, ritenuto dagli inquirenti il referente di Cosa Nostra a Niscemi, uno dei centri più importanti della provincia nissena. Una cittadina con un ricco mercato agricolo e una presenza mafiosa antica: nel 2004 il Comune è stato sciolto proprio per l’infiltrazione delle cosche. E il nome di Giugno compare persino nell’istruttoria sui telefonini usati per la strage di Capaci: fino al 2003 ha scontato una pena definitiva al carcere duro, poi è stato protagonista di un surreale caso di soggiorno obbligato nelle Marche  -  dove non è riuscito a trovare casa  -  e di un lungo divieto di soggiorno in Sicilia. Da un altro processo è stato poi assolto per un vizio procedurale: un errore nei mandati che autorizzavano le intercettazioni ha fatto annullato una lunga operazione delle forze dell’ordine.
Invece l’imprenditore Vincenzo Piazza non è stato indagato in nessuno dei due procedimenti. Ma i suoi rapporti con Giugno continuano ad essere all’attenzione degli investigatori. Dal 2009, dopo le rivelazioni dei magistrati sui suoi legami con il boss, ha lasciato le cariche rivestite nella società di Calcestruzzi. Al suo posto due donne: la più giovane è socia di Francesco Piazza, figlio di Vincenzo, in un’altra società di costruzioni. Ma al cellulare della Calcestruzzi indicato dalle Pagine Gialle risponde un Piazza.
I lavori per la costruzione del Muos sono iniziati da oltre quattro mesi, da quando la Regione ha dato il via libera ai lavori, bypassando il parere negativo espresso dal Comune che dal 2009 si oppone al progetto. Soltanto a metà settembre, però, la Marina Usa ha deciso – pur non essendone obbligata e su sollecitazione della Regione – di seguire almeno formalmente la prassi italiana. E con i basamenti in calcestruzzo già realizzati, la Us Navy ha aderito al protocollo di legalità, fornendo alla Prefettura l’elenco delle ditte che lavorano al Muos. Tra queste l’impresa di Piazza. E per quest’ultima, secondo quanto è in grado di rivelare l’Espresso, gli investigatori avrebbero espresso parere negativo sulla concessione del certificato antimafia.
Ora spetta alla Prefettura valutare il da farsi. La decisione dell’Us Navy arriva con  mesi di ritardo, quando le opere in cemento della Calcestruzzi sono già avanzate. Solo per i lavori edili all’interno della base, preliminari all’installazione dell’antenna, si parla di 2,7 milioni di euro. Di questi, una fetta è andata anche alla ditta "vicina" al boss Giugno.
I lavori proseguono a ritmi serrati. Il Pentagono aveva programmato l’ingresso in servizio della struttura per il 2010, ma i ritardi nelle autorizzazioni hanno più volte rinviato l’apertura del cantiere: adesso gli americani vogliono chiudere tutto entro il 2014. "Non siamo autorizzati a parlarne", replica il geometra Giuseppe Leonardi della Lageco di Catania, che insieme alla Gemmo di Vicenza costituiscono il Consorzio Team Muos Niscemi. Entrambe già in affari con la Marina americana: proprio la Lageco ha terminato da poco i lavori di bonifica per uno sversamento di gasolio nei terreni nella vecchia centrale trasmissioni dell’Us Navy, creata negli anni Novanta per le comunicazioni degli aerei di Sigonella.
Entrambe le strutture statunitensi sorgono in una riserva naturale. Oggi il nuovo cantiere ha creato una collina a doppia faccia: il lato esterno ricco e verde di vegetazione; quello interno alla base, dove si lavora per l’istallazione, sfregiato e sbancato dalle ruspe, trasformato in un agglomerato di terra marrone. Uno scempio, secondo sindaco, movimenti e cittadini "No Muos", che hanno manifestato in piazza sabato 29 ottobre. "Il nostro territorio non può essere svenduto né alla mafia né agli americani", protesta il sindaco Giovanni Di Martino. Il primo cittadino  non si arrende. E dopo essersi rivolto invano al Tar per fermare la nuova base, adesso vuole proseguire la sua battaglia davanti al Consiglio di Stato.

Un’azienda in odore di Cosa Nostra nel cantiere dell’antenna americana – Inchieste – la Repubblica

09/10/2011

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália

Filed under: Cosa Nostra,Forza Itália,Itália,Ndrangheta — Gilmar Crestani @ 10:57 am
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Até o Papa pratica o seletividade. Foi importante a invectiva de Ratzinguer sobre a máfia do sul e o silêncio obsequioso a respeito da máfia do norte, também batizada de Forza Itália, cujo capo atende pelo nome de Sílvio Berlusconi. O Papa não tem palavras para a corrupção que beneficia o Norte, apenas para a criminalidade decorrente da pobreza do sul explorado pelo Norte. Talvez o papa “tedesco” desconheça que os “polentoni” vivem da farinha produzida pelos “terroni”. As famiglias mafiosas estão agrupadas entorno da Cosa Nostra siciliana, a Ndrangheta da Calábria, Camorra napolitana e a Forza Itália, de Milão e arredores…

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália

09 de outubro de 2011 | 10h 01

AE – Agência Estado

O papa Bento 16 denunciou hoje a máfia "desumana" que afeta o sul da Itália e pediu a moradores da região que respondam à ameaça tomando conta um do outro e prezando pelo bem comum. Bento 16 fez o comentário ao celebrar uma missa a céu aberto em Lamezia Terme, na Calábria.

A região abriga a ”Ndrangheta”, considerada hoje mais poderosa do que a máfia siciliana e um dos maiores grupos traficantes de cocaína do mundo. A Calábria é também uma das regiões mais pobres da Itália.

Bento 16 destacou que a região é considerada sísmica, "não apenas geologicamente, mas do ponto de vista estrutural, social e de comportamento", e disse que a alta taxa de desemprego e a "criminalidade muitas vezes desumana ferem a estrutura da sociedade" da Calábria.

Ele pediu aos moradores da região que continuem respondendo aos problemas com fé e valores cristãos. "Forcem a si mesmos a ampliar a capacidade de colaborar um com o outro, cuidar um do outro e de todo o bem público", disse ele.

Essa foi a primeira visita do papa à região e a polícia estimou que 40 mil pessoas compareceram à missa. As informações são da Associated Press.

 

No LA REPPUBLICA

"Impegno dei cattolici in politica
ma non sia per interessi di parte"

Il Papa in Calabria contro la ‘ndrangheta

"Impegno dei cattolici in politica ma non sia per interessi di parte" Benedetto XVI celebra la messa a Lamezia Terme, davanti a 40 mila persone. "Nuova generazione pensi al bene comune". Monito contro la criminalità organizzata: "Ferisce il tessuto sociale" (video). E poi: "Disoccupazione preoccupante"

No Corriere della Sera

Il Papa in Calabria: «Serve nuova generazione di cattolici in politica»

Nel discorso anche riferimenti alla criminalità organizzata e alla disoccupazione

Il Papa in visita pastorale a Lamezia Terme (Infophoto)

Il Papa in visita pastorale a Lamezia Terme (Infophoto)

LA ‘NDRANGHETA – In Calabria i problemi sono in forme «acute e destabilizzanti», come la «disoccupazione preoccupante» e la «criminalità spesso efferata» che «ferisce il tessuto sociale». Ma i calabresi hanno «saputo reagire all’emergenza con prontezza e disponibilità sorprendenti». Il Papa chiede loro di non scoraggiarsi. «Non cedete mai – ha raccomandato il Papa ai calabresi – alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi», crescete nella «capacità di collaborare con gli altri, e per il bene pubblico». Il Papa ha celebrato la messa nell’area industriale ex-Sir, dopo essere stato accolto e salutato dal presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, dal sindaco Gianni Speranza e dal vescovo, Antonio Cantafora. «So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, – ha detto Benedetto XVI nell’omelia – non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni. Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica – ha commentato – non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, – ha chiarito il Papa – dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza».

«NON CEDETE MAI» – «All’emergenza, – ha sottolineato papa Ratzinger – voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai – ha incitato – alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione».

Redazione online
09 ottobre 2011 14:56

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália – internacional – geral – Estadão

20/04/2011

O gigante Saviano alça Messi às alturas

Filed under: Cultura — Gilmar Crestani @ 8:53 am
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No mundo das palavras, o autor de Gomorra dá o drible da máfia, fura o bloqueio da imprensa esportiva e constrói o melhor texto sobre Lionel Messi. Cada um seu mister, são dois gigantes. O registro da vida de um craque, pelo craque da que driblou a vida, domando inclusive a máfia.

Lo scrittore e il campione Saviano e Lionel Messi

L’autore di Gomorra ha incontrato in Spagna il fuoriclasse del Barcellona. In un reportage-racconto, la storia di un successo nato dal dolore di ROBERTO SAVIANO

<b>Lo scrittore e il campione<br/>Saviano e Lionel Messi</b>

Lionel Messi e Roberto Saviano

BARCELLONA – Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l’ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo.
Con l’ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell’s Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po’ ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell’età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta.

Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L’unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell’ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno.
si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l’una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d’ora in avanti l’unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo.
Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l’Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa.
Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più – questo è il ragionamento – nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista.
Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l’opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. "Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte", pensano. E invece: "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale". Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.
Rexach vuole fermarlo subito: "Chiunque fosse passato di lì, l’avrebbe comprato a peso d’oro". E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell’eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l’assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d’inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.
Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l’anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L’arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare.
Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo.
Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l’occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione… prima devono riuscire a raggiungerlo".
E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell’ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.
In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com’è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto.
Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un’epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt’uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.
Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: "Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù". Durante un’altra sfida fra le storiche arcirivali, l’ola estatica "Messi, Messi, Messi, Messi" riceve una "a" supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l’altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. "L’uomo si fece Dio e inviò il suo profeta", così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona.
Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent’anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un’unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l’aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore… E va in gol. Dopo aver segnato, c’è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.
La stampa si inventa subito il nomignolo "Messidona", ma c’è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un’accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente.
Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l’ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l’essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l’Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l’Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano – non autoctono – inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D’altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d’Italia, da Roma, Milano, Torino.
Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell’eliminazione dell’Italia in semifinale e delle defezioni create all’interno della tifoseria, inizia a fischiare l’inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell’inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l’Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l’Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello… solo così potevate vincere contro Diego".
Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l’Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent’anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: "Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso". E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po’ dev’essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa".
Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona – "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso – e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos’altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo.
Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell’indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.
© Roberto Saviano 2009. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria

Lo scrittore e il campione Saviano e Lionel Messi – Persone – Repubblica.it

Para quem não entende italiano, o Clarin traduziu para o Espanhol – AQUI!

26/02/2011

O Mediterrâneo em armas

Filed under: Revolução Jasmim — Gilmar Crestani @ 7:28 pm
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Mediterraneo in armi

di VITTORIO ZUCCONI Il nostro piccolo mare che non vuole morire torna a risucchiare un mondo che sempre vorrebbe ignorarlo e sempre è costretto a guardarlo. Nella Casa Bianca che tentava di volgersi verso il Pacifico e l’Asia, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nelle cancellerie delle potenze europee di prima grandezza, governanti, diplomatici e generali devono ruotare di nuovo il mappamondo e puntare il dito su quella che sembra una pozzanghera e ridiventa un calderone che ribolle di ipotesi di interventi militari diretti o indiretti.
Oltre le cronache, le immagini raccapriccianti, le ipotesi, le domande che oggi si impongono sono: intervenire o no? Fare un’altra guerra, magari "umanitaria" o no? Morire per Tripoli?
Il mattatoio del "saggio" e "amico" Gheddafi che sta uccidendo una nazione per salvare se stesso è una guerra civile, per ora, ma le guerre civili in questo bacino di storia violenta hanno la brutta abitudine di trascinare con loro chi sembra estraneo, ma ha una mano, magari nascosta, nell’ingranaggio. Anche nella Jugoslavia disintegrata, che sul Mediterraneo orientale si stendeva, era una macelleria etnica interna: eppure l’America lontanissima, poi la Nato e l’Europa, ne furono risucchiati, generando quella dottrina dell’"intervento umanitario" che da allora significa nulla e dunque tutto.
Navi da guerra, battendo per ora bandiere appunto umanitarie, stanno facendo rotta verso le coste che furono regno fenicio, poi Mare Nostrum, poi Impero Ottomano, poi "Costa dei Barbari", poi Tripolitania,

oggi Libia. Si parla seriamente di no fly zone, di controllo armato dello spazio aereo libico, per impedire i mitragliamenti e i bombardamenti degli insorti, ma il blocco con la forza dei cieli di una nazione è un atto di guerra, che la si chiami umanitaria o no.
Si scuote dunque dal torpore mediterraneo anche quella Sesta Flotta americana che ormai aveva spostato le proprie navi verso l’Asia, dopo la fine della Guerra Fredda. Dal 2009, quando il tender per sottomarini nucleari "Emory Land" lasciò l’isola ormai denuclearizzata della Maddalena, la Sesta Flotta, che dal comando di Gaeta era arrivata a controllare sottomarini nucleari, portaerei, 40 unità di superficie, 200 aerei, oggi conta soltanto una nave di comando e controllo, veterana di 41 anni di servizio, la "Whitney", varata nel 1969.
Ci sono troppi interessi, troppa umanità diversa, troppo sangue caldo, troppa storia compressi in troppo poco spazio, mezzo miliardo di individui affacciati su appena 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati di mare dal Bosforo a Gibilterra contro i 180 milioni di kmq del Pacifico, i 106 dell’Atlantico, perché periodicamente l’acqua del "mare amaro", come lo definì lo storico inglese Simon Ball, non torni al punto di ebollizione.
Le ragioni possono essere apparentemente le più varie, dal duello di potenze emergenti a Roma e Cartagine agli incubi inflazionati di "sultanati" ed "emirati" che inghiottano l’intera sponda africana del nord da Israele all’Atlantico, ma la causa profonda è sempre la stessa. L’instabilità di quel mare interno che non divide, ma collega nella sua piccolezza due continenti, risucchia nel proprio gorgo anche il resto del mondo che cerca di guardare da un’altra parte.
Il portavoce della Casa Bianca, Carney, spiega che il presidente Obama "non esclude niente", formula che si ferma appena un passo prima dell’espressione "ogni mezzo necessario" che arriverà, se il massacro tripolino ordinato da un Gheddafi che non può a questo punto fuggire senza essere inseguito – come Milosevic – dai tribunali internazionali, non si fermasse. Si attende il Consiglio di Sicurezza, non perché sia in grado di lanciare alcuna iniziativa concreta: solo ieri la Commissione per i Diritti umani ha finalmente deciso di escludere la Libia dalla Commissione per i Diritti Umani. Ma perché la Washington di Obama non è quella di Bush: nessun marine o jet americano si muoverebbe senza il viatico di una risoluzione e autorizzazione dell’Onu.
Il Mare Nostrum ridiventato "Mare Calidum" caldissimo si vendica sempre di chi credette di poterlo abbandonare e tradire con oceani più grandi e ricchi, come se i viaggi di Colombo o la parziale vittoria di Lepanto avessero segnato per esso "la fine della storia". Invece fu proprio nelle stesse acque dove ora potrebbero lanciarsi migliaia o centinaia di migliaia di disperati nelle rotte contrarie a quelle delle unità militari inviate per fermare – senza osare dirlo – anche loro, che i neonati Stati Uniti dispiegarono per la prima volta nel 1801 la propria forza navale fuori dalle acque del Nuovo Mondo. Guidarono la spedizione a Tripoli contro i pirati "Barbari", in realtà "Berberi", controllati dai sultanati del Marocco e della Tripolitania.
Neppure lo scontro fra l’Est e l’Ovest, dopo la fine della guerra aperta fra l’Asse e gli Alleati, raffreddò le acque bollenti del Mediterraneo, tra l’Algeria ribelle, i bombardamenti anglo-francesi sull’Egitto di Nasser mentre l’esercito israeliano avanzava nel Sinai, i pattugliamenti reciproci fra sottomarini nucleari russi e americani. Ora è bastato che si riaprisse il transito a Suez perché si ripresentassero immediatamente anche gli iraniani, con due navi da guerra, per esserci anche loro e mostrare la bandiera degli ayatollah in quel mare attratti dall’odio per i "Sionisti" israeliani.
Ci possono essere periodi di lunga bonaccia, in queste acque che appaiono mitissime quando sono in buona e sanno diventare improvvisamente tremende se l’alta pressione esercitata da una potenza dominante, come fu l’America dopo Roma, Bisanzio, Spagna, Francia, Impero Turco, Gran Bretagna, tutte sicure di possederle per sempre, si allenta.
E’ storia vecchia, ed è storia di oggi. Questa pozzanghera di umanità ha già saputo cambiare il mondo, senza aspettare il ricatto del petrolio o gli spettri della violenza. A volte, è bastato soltanto un libro.

(26 febbraio 2011)

Mediterraneo in armi – Repubblica.it

28/01/2011

O autor de Gomorra, Roberto Saviano, detona Beliscone

Filed under: Cosa Nostra — Gilmar Crestani @ 12:07 pm
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Os brasileiros que querem a extradição de Battisti deveriam conhecer melhor quem está pedido e por quê. A manifestação obsessiva dos políticos italianos está contaminada pela política interna. Podre. Berluscone é para a Itália o que Roberto Marinho já foi para o Brasil. O que a famiglia Sirotsky é para o RS. A única diferença que Berlusconi não faz uso de intermediários. Dá a cara a bater. Os nossos são dissimulados. Quantos ex-governadores e parlamentares saíram das saias dos Sirotskys?

Não se apequenem, o texto é em português com sotaque latino…  e saibam da Lama que cobre os italianos

Quel fango su tutti noi

di ROBERTO SAVIANO

PER VEDERE quello che abbiamo davanti al naso  -  scriveva George Orwell  -  serve uno sforzo costante. Capire cosa sta avvenendo in Italia sembra cosa semplice ed è invece cosa assai complessa. Bisogna fare uno sforzo che coincide con l’ultima possibilità di non subire la barbarie. Perché, come sempre accade, il fango arriva. La macchina del fango sputa contro chiunque il governo consideri un nemico. Ieri è toccato al pm di Milano Ilda Boccassini.
L’obiettivo è un messaggio semplice: siete tutti uguali, siete tutti sporchi. Nel paese degli immondi, nessuno osi criticare, denunciare. La macchina del fango, quando ti macina nel suo ingranaggio, ti fa scendere al livello più basso. Dove, ricordiamocelo, tutti stiamo. Nessuno è per bene, tutti hanno magagne o crimini da nascondere. L’intimidazione colpisce chiunque. Basta una condizione sufficiente: criticare il governo, essere considerato un pericolo per il potere. Il fango sulla Boccassini viene pianificato, recuperando una vicenda antica e risolta che nulla ha a che vedere con il suo lavoro di magistrato. Quattro giorni fa il consigliere della Lega al Csm chiede il fascicolo sulla Boccassini. Ieri "il Giornale" organizza e squaderna il dossier. Il pm, che fa il suo mestiere di servitore dello Stato e della giustizia, viene "macchiato" solo perché sta indagando su Berlusconi. Sta indagando sul Potere.
C’è un’epigrafe sulla macchina del fango. Questa: "Qualunque notizia sul tuo privato sarà usata,

diramata, inventata, gonfiata". E allora quando stai per criticare una malefatta, quando decidi di volerti impegnare, quando la luce su di te sta per accendersi per qualcosa di serio… beh allora ti fermi. Perché sai che contro di te la macchina del fango è pronta, che preleverà qualsiasi cosa, vecchissima o vicina, e la mostrerà in pubblico. Con l’obiettivo non di denunciare un crimine o di mostrare un errore, ma di costringerti alla difesa. Come fotografarti in bagno, mentre sei seduto sulla ceramica. Niente di male. E’ un gesto comune, ma se vieni fotografato e la tua foto viene diffusa in pubblico chiunque assocerà la tua faccia a quella situazione. Anche se non c’è nulla di male. Si chiama delegittimazione. Quello che in queste ore la "macchina" cerca di affermare è semplice. Fai l’amore? Ti daranno del perverso. Hai un’amante? Ti daranno del criminale. Ti piace fare una festa? Potranno venire a perquisirti in casa. Terrorizzare i cittadini, rovesciando loro addosso le vicende del premier come una "persecuzione" che potrebbe toccare da un momento all’altro a uno qualsiasi di loro. Eppure il paragone non è l’obiettivo della macchina del fango. Non è mettere sulla bilancia e poi vedere il peso delle scelte. Ma semplicemente serve per cercare di equiparare tutto. Non ci si difende dicendo non l’ho fatto e dimostrandolo, ma dicendo: lo facciamo tutti. Chi critica invece lo fa e non lo dice.
L’altro obiettivo della macchina del fango è intimidire. In Italia il gossip è lo strumento di controllo e intimidazione più grande che c’è. Nella declinazione cartacea e in quella virtuale. L’obiettivo è controllare la vita delle persone note a diversi livelli, in modo da poterne condizionare le dichiarazioni pubbliche. E quando serve, incassarne il silenzio. Persone che non commettono crimini affatto, ma semplicemente non vogliono che la foto banalissima con una persona non sia fatta perché poi devono giustificarla ai figli, o perché non gli va di mostrarsi in un certo atteggiamento. Nulla di grave. Nessuna di queste persone spesso ha responsabilità pubbliche, né viene colta in chissà quale situazione. Eppure arrivano a pagare alle agenzie le foto, prezzi esorbitanti per difendere spesso l’equilibrio della propria vita. Su questo meccanismo si regge il timore di fare scelte, di criticare o di mutare un investimento. Sul ricatto. Il gossip oggi è una delle varianti più redditizie e potenti del racket. Perché il Paese non si accorge di tutto questo?
Berlusconi fa dichiarazioni che in qualsiasi altro paese avrebbero portato a una crisi istituzionale, come quando disse: "Meglio guardare una bella ragazza che essere gay". Oppure quando fece le corna durante le foto insieme ai capi di stato. Eppure in Italia queste goliardate vengono percepite come manifestazioni di sanità mentale da parte di un uomo che sa vivere. Chi queste cose non le fa, e dichiara di non approvarle, viene percepito come un impostore, uno che in realtà sogna eccome di farle, ma non ha la schiettezza e il coraggio di dirlo pubblicamente. Il Paese è profondamente spaccato su questa logica. Quel che si pensa è che in fondo Berlusconi, anche quando sbaglia, lo fa perché è un uomo, con tutte le debolezze di un uomo, perché è "come noi", e in fondo "anche noi vorremmo essere come lui". Gli altri, sono degli ipocriti, soprattutto quando pensano e affrontano un discorso in maniera corretta: stanno mentendo.
Bisogna essere chiari. Le vicende del premier non hanno niente di privato. Riguardano il modo con cui si seleziona la classe politica, con cui si decide come fare carriera. Riguardano come tenere sotto estorsione il governo italiano. Se questo lo si considera un affare privato ecco che chiunque racconti cosa accade è come se stesse entrando nella sfera privata. Che siano sacri i sentimenti di Berlusconi, e speriamo che si innamori ogni giorno, questo riguarda solo lui. Ma l’inchiesta di Milano riguarda altro. La macchina del fango cerca di capovolgere la realtà, la verità. Chi ha creato ricatti cerca di passare per ricattato, chi commette crimini pubblici, cerca di dichiarare che è solo una vicenda privata, chi tiene mezzo paese nella morsa del ricatto delle foto, delle informazioni, delle agenzie, del pettegolezzo, dichiara di essere spiato. L’ha fatto con Boffo, lo sta facendo con Fini, cerca di farlo con la procura di Milano. Il fango è redditizio, dimostra fedeltà al potere e quindi automatica riconoscenza. A questo si risponde dicendo che non si ha paura. Che i lettori l’hanno ormai compreso, che non avverrà il gioco semplice di parlare ad un paese incattivito che non vede l’ora di vedere alla gogna chiunque abbia luce per poter giustificare se stesso dicendosi: ecco perché non ottengo ciò che desidero, perché non sono uno sporco. Questo gioco, che impone di riuscire nelle cose solo con il compromesso, la concessione, perché così va il mondo, e perché tutti in fondo si vendono se vogliono arrivare da qualche parte, l’abbiamo compreso e ogni giorno parlandone lo rendiamo meno forte.
Ho imparato a studiare la macchina del fango dalla storia dei regimi totalitari, come facevano in Albania o in Unione Sovietica con i dissidenti. Nessuno chiamato a rispondere a processi veri, ognuno diffamato, dossierato e condannato in ogni modo per il solo raccontare la verità. Nelle democrazie il meccanismo è diverso, più complesso ed elastico. Quello che è certo è che la macchina del fango non si fermerà. A tutto questo si risponde non sentendosi migliori, ma, con tutte le nostre debolezze e i nostri errori, sentendosi diversi. Sentendoci parte dell’Italia che non ne può più di questo racket continuo sulla vita di chi viene considerato nemico del governo.

(28 gennaio 2011)

Quel fango su tutti noi – Repubblica.it

Gomorra, de Roberto Saviano

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