Ficha Corrida

07/11/2011

A outra tragédia italiana

Filed under: Pompéia — Gilmar Crestani @ 8:58 am
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Si lavori in silenzio per salvare gli Scavi

Irlando (Osservatorio patrimonio culturale): «Basta con il festival dei crolli e con i troppi annunci. Ora si operi»

Caro direttore,
negli Scavi di Pompei ricorre un anniversario di grande vergogna e di inaudita gravità. Il 6 novembre non crollò un edificio romano (una patacca come ebbe a dire chi, autorevolmente, intese prontamente minimizzare) ma un velo spesso, tessuto con slogan e banale propaganda, rigido come un muro che nessuno immagina possa crollare.

Nubifragio e Pompei diventa off limits

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Fu utilizzato per nascondere il degrado, la lunga incuria e l’abbandono dell’area archeologica di Pompei. Si veniva da un tormentato e discutibilissimo periodo di due anni di gestione commissariale degli Scavi (oggi oggetto di delicate indagini della Procura della Repubblica e della Corte dei conti), voluta dal Governo dopo aver preso atto del fallimento delle gestioni ordinarie. Fu decretato un solenne «stato d’emergenza» che incuriosì i media del mondo intero, proprio come per le alluvioni e le varie catastrofi naturali. «Naturalmente» anche gli scavi furono gestiti dalla Protezione civile. Il ricorso all’emergenza (il Vesuvio aveva sepolto Pompei duemila anni prima, non la settimana precedente) fu giudicato inopportuno dalla Corte dei conti, ma solo dopo che si erano già spesi quasi 79 milioni di euro, con procedure d’appalto semplificate e non tutti in necessarie attività di conservazione dei monumenti archeologici. Ma, a quanto pare, di tutto questo, tra non molto, la magistratura spiegherà i fatti, con cifre e nomi dei responsabili. Spesso, in passato, sempre ai massimi livelli, con ciclica ricorrenza, si è affermato, con enfasi planetaria: «Ecco il piano che salverà Pompei», ed ancora «Privati in campo per salvare Pompei» fino alla sublimazione, dopo la gestione commissariale: «Abbiamo salvato Pompei». A pochi mesi da quella frase pronunciata nel Parlamento, la festa fu rovinata dal crollo della Schola Armaturarum. Da allora un susseguirsi di crolli ad annuncio pubblico, seguito da uno sciame di «anonimi», «minori», «di scarso valore archeologico» e finanche di «due muri moderni», resi noti da un sottosegretario. Vi è stato, ma forse, visto il successo, si prorogherà, un «festival dei crolli», comunicati spesso impropriamente da soggetti diversi dalla soprintendenza competente. Ora sembra ripartire il ciclico ottimismo. Oggi la visita agli scavi del Commissario europeo Hahn, accompagnato dai ministri Galan e Fitto. A Pompei dovrebbero essere spesi tutti i 105 milioni del contributo europeo, ha assicurato Galan, e non circa la metà come previsto nel piano ufficiale d’interventi straordinari, varato dal Ministero ed approvato dal Consiglio superiore dei beni culturali prima dell’estate. Non è da escludere la protesta da parte di quelle aree (Campi Flegrei, Napoli, Ercolano, Stabia, Oplontis, Poggiomarino) prima destinatarie di fondi e poi escluse. Il titolo più usato al mondo per descrivere la condizione dell’area archeologica pompeiana è stato: «La seconda morte di Pompei». Nessuno, crediamo, sia più disposto a leggerlo. L’occasione, forse l’ultima, sono i finanziamenti europei, sempre che, ad interventi straordinari e mirabolanti che creano solo ribalta e talvolta speculazioni, si privilegi un «grande piano straordinario di manutenzione ordinaria», di quelli silenziosi, scientificamente rigorosi, capace di creare tanti posti di lavoro duraturi, che garantiscono un futuro a tanti giovani e al nostro patrimonio culturale.

Antonio Irlando
Osservatorio patrimonio culturale
07 novembre 2011

Si lavori in silenzio per salvare gli Scavi – Corriere del Mezzogiorno

Twitter, um agente da Cia

Filed under: CIA,Democracia made in USA,Twitter — Gilmar Crestani @ 8:54 am
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Twitter osservato speciale della Cia

Cinque milioni di messaggi al giorno, da tutto il mondo, passati al setaccio dagli 007

Un’unità segreta in Virginia analizza i social media per cogliere gli «umori» delle piazze

Twitter osservato speciale della Cia

Cinque milioni di messaggi al giorno, da tutto il mondo, passati al setaccio dagli 007

Una ragazza twitta con il cellulare in Egitto. Alle sue spalle il volto di Mubarak (Reuters)

Una ragazza twitta con il cellulare in Egitto. Alle sue spalle il volto di Mubarak (Reuters)

WASHINGTON – Si definiscono, con un tocco di autoironia, «ninja da biblioteca». Tipi un po’ speciali «capaci di trovare cose che gli altri neppure sanno che esistano». Sono gli analisti della Cia che esplorano i social network , da Facebook a Twitter, alla ricerca di informazioni e sensazioni. In un edificio di mattoni a McLean (Virginia), l’intelligence statunitense ha raccolto centinaia di esperti nelle lingue più disparate (arabo, pashtun, cinese nelle sue varie versioni) che leggono quello che scrive l’uomo della strada e l’attivista. Cercano di cogliere l’umore dei giovani, di capire se da qualche parte in Cina sta covando una rivolta – lo pensano in questi giorni molti esperti di economia – o se i fermenti in una città del Paese X sono l’avanguardia di una rivolta che infiammerà un’intera regione. E’ una professione aggiornata di quella raccontata nel bellissimo film «I tre giorni del Condor», con Robert Redford nel ruolo di un «lettore» di libri e riviste che finisce al centro di un complotto perché si accorge di qualcosa di sinistro nel Golfo Persico.

Chi lavora all’Open Source Center – questo il nome dell’agenzia federale – si sciroppa ogni giorno una montagna di informazioni. Il direttore del centro, Doug Naquin, ha svelato all’ Associated Press un numero incredibile: non meno di 5 milioni di «cinguettii» al giorno, i micro-messaggi lanciati su Twitter. Poi ci sono i commenti affidati a Facebook, i servizi delle tv, i giornali e tutto quello che gira sul web. Gli analisti, come dei collezionisti di notizie con l’occhio attento, raccolgono i frammenti, li archiviano e li confrontano con altri «segnali» provenienti da fonti sul campo. Un piccolo episodio può avere ripercussioni globali. Quindi producono dei rapporti che uniti a quanto scoperto dagli 007 arrivano al vertice, fino alla Casa Bianca. Spesso nel briefing sulla sicurezza che viene fatto ogni mattina al presidente c’è qualcosa evidenziato dagli «scavatori» ospitati in un palazzone non lontano da Washington.

La Cia, che da anni esegue un monitoraggio attento dei media tradizionali, ha deciso di aumentare gli occhi puntati sui social network dopo le proteste studentesche in Iran nel 2009. Lo spirito della contestazione, schiantata dalla repressione dei mullah, ha potuto sopravvivere grazie ai messaggi e ai video diffusi sulla rete Internet. Sempre l’Open Source ha un ruolo chiave nel riassumere cosa pensa uno straniero della politica statunitense e, sopratutto, delle sue mosse più importanti. Un caso citato è quello dell’uccisione di Osama Bin Laden con gli analisti che hanno colto, nell’immediatezza, le reazioni negative delle persone comuni. Commenti che sono emersi, qualche giorno dopo, sui giornali e nei cablo dei diplomatici.

Le possibilità di prevedere hanno comunque dei limiti. Dopo la cacciata del presidente tunisino Ben Ali e dell’egiziano Hosni Mubarak, l’allora capo della Cia Leon Panetta ha ammesso che la velocità del crollo ha colto tutti di sorpresa. Per un anno le spie hanno segnalato la «pericolosità» del quadro sociale e politico in Nord Africa, ma i rapporti – redatti a ritmo forsennato – non hanno potuto essere precisi sulle conclusioni. Da una parte ci si è fidati troppo della tenuta dei dittatori, così come dei sistemi repressivi che dovevano vegliare sui raìs. Dall’altra c’erano (e ci sono ancora) «troppi dati da inseguire». Un’onda gigantesca composta da milioni di pagine Facebook, pensieri affidati a Twitter e video su Youtube che ha sommerso gli 007.

Guido Olimpio
07 novembre 2011 10:22

Twitter osservato speciale della Cia – Corriere della Sera

05/11/2011

Juan, furtado

Filed under: Futebol,Roma — Gilmar Crestani @ 10:06 am
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Não. Furtado não é o sobrenome do jogar brasileiro Juan, que defende o Roma, ex-time de Falcão na Itália. Pois é, Itália é do primeiro mundo. E agora, os jogadores brasileiros ainda preferem a segurança italiana à brasileira?

Furto in casa Juan, «dribblato l’allarme»

Ladri incappucciati hanno portato via gioielli per
50mila euro dalla villa dove abita difensore giallorosso

Cristoforo Colombo

Furto in casa Juan, «dribblato l’allarme»

Ladri incappucciati hanno portato via gioielli per
50mila euro dalla villa dove abita difensore giallorosso

Juan in azione (Ansa)

Juan in azione (Ansa)

ROMA – Anelli, gioielli, braccialetti. In totale un «bottino» da circa 50 mila euro. Vittima del furto è il difensore della Roma Juan Silveir dos Santos che non si trovava in casa, un’elegante villa poco lontano dalla Cristoforo Colombo, quando i ladri sono entrati in azione.

DRIBBLATO IL SISTEMA D’ALLARME – Un raid pianificato con cura, secondo i carabinieri della compagnia di Ostia che stanno indagando: giovedì sera la finestra è stata divelta al primo piano senza lasciare tracce, poi è stato «dribblato» il sofisticato sistema di allarme, entrato in azione soltanto tre o quattro minuti dopo l’effrazione. Il tempo necessario per rovistare nei cassetti e portare via preziosi per un totale stimato in circa 50 mila euro.

DA MENEZ A EMERSON: TANTI I FURTI – Il furto è l’ennesimo che tra Casal Palocco e Infernetto vede come bersaglio i calciatori giallorossi che abitano da queste parti. Il verde del quartiere, con la possibilità di intrufolarsi nelle case scavalcando siepi e muri di cinta senza troppo dare nell’occhio, favorisce i ladri. Lo sa bene Jeremy Menez, al quale lo scorso anno portarono preziosi per 100 mila euro. La lista dei suoi compagni di squadra è lunga: da Philippe Mexes a Marco Del Vecchio, passando anche per Gabriel Batistuta e Emerson.

HANNO AGITO INCAPPUCCIATI – Gli investigatori stanno vagliando le immagini riprese dalle videocamere installate a casa Juan. Ma i malviventi erano tutti incappucciati. E sarà complicato trovare elementi utili all’indagine.

Alessandro Fulloni
05 novembre 2011 12:15

Furto in casa Juan, «dribblato l’allarme» – Corriere Roma

03/11/2011

The Guardian denuncia

Filed under: Democracia made in USA,Inglaterra,Irã,The Guardian — Gilmar Crestani @ 8:49 am
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Os EUA vinham preparando o terreno, com acusações de todo tipo toda hora. Era a construção do álibi. Lembram da acusação de que o Irã estaria por trás de um pretenso complô? Cortina de fumaça. Agora o jornal inglês denuncia que EUA e Inglaterra estão unidos nos preparativos de mais uma guerra no oriente médio. Desta vez, contra o Irã. É da natureza deles.

le indiscrezioni sul quotidiano guardian

Iran, Stati Uniti e Gran Bretagna starebbero pianificando un attacco

Un’operazione per neutralizzare gli impianti nucleari potrebbe essere lanciata entro i prossimi mesi

le indiscrezioni sul quotidiano guardian

Iran, Stati Uniti e Gran Bretagna starebbero pianificando un attacco

Un’operazione per neutralizzare gli impianti nucleari potrebbe essere lanciata entro i prossimi mesi

WASHINGTON – Stati Uniti e Gran Bretagna sono pronte a colpire l’Iran. Un’operazione militare per neutralizzare gli impianti nucleari potrebbe essere lanciata entro i prossimi mesi, forse in primavera. La notizia diffusa dal sito del quotidiano britannico Guardian combacia con le indiscrezioni da Israele sulla decisione del premier Netanyahu di agire al più presto. L’offensiva – sempre secondo i media – potrebbe essere lanciata con missili da crociera, jet e piccoli nuclei di forze speciali. Londra, in coordinamento con gli Stati Uniti, avrebbe già studiato piani di contingenza e scenari per l’utilizzo dei suoi sottomarini d’attacco. Il progetto non ha subito accelerazioni, affermano le fonti del Guardian, tuttavia gli Usa vorrebbero intervenire prima che gli iraniani nascondano tutti i loro impianti in profondi bunker sotterranei. Un obiettivo che dovrebbero conseguire nell’arco di un anno. In realtà i tunnel sono una buona difesa ma l’aviazione statunitense dispone di bombe speciali studiate proprio per distruggere bunker. Ordigni che nei mesi scorsi sono stati forniti anche a Israele.

ISRAELE– Sempre informazioni comparse sulla stampa aggiungono che i cacciabombardieri israeliani avrebbero intensificato le esercitazioni per missioni a lungo raggio. Alcune di queste simulazioni si sono svolte nel poligono italiano di Decimomannu, in Sardegna. In precedenza i piloti si addestravano usando lo spazio aereo turco ma da quando i rapporti tra i due paesi sono entrati in crisi, Gerusalemme ha inviato spesso i suoi jet in Italia grazie ad un accordo bilaterale.

(Fotogramma/Lo Bianco)

(Fotogramma/Lo Bianco)

I RISCHI – Le voci su un possibile attacco all’Iran non sono nuove e ritornano di frequente. E’ strano, però, che siano diffuse in questo modo: nessuno avvisa il nemico su quello che vuol fare. Le rivelazioni dunque rappresentano una sorta di monito a Teheran ed esercitano una pressione su un regime piuttosto diviso. Il Pentagono, almeno fino a pochi mesi fa, si è sempre dichiarato contrario a una nuova guerra, soprattutto in Iran. Molti analisti hanno messo in guardia sui rischi: non c’è la sicurezza di un successo completo, l’intera regione potrebbe essere trascinata in un conflitto e gli ayatollah potrebbero ricorrere al terrorismo. L’ex capo del Mossad, Meir Dagan, che pure ha coordinato una lotta segreta contro i mullah, è apparso sulla stessa linea. Il quadro economico mondiale sembra sconsigliare nuove avventure belliche mentre il presidente Obama ha ordinato il ritiro dall’Iraq, ha in programma una forte riduzione di unità in Afghanistan ed ha autorizzato solo un impegno ridotto in Libia.

IL CONTRASTO – Il quadro, tuttavia, è mutato dopo l’estate. Washington ha annunciato di aver sventato un presunto complotto terroristico iraniano contro l’ambasciatore saudita negli Usa ed ha esercitato pressioni sull’Aiea affinché riveli dati cruciali sulle ricerche atomiche di Teheran. L’intelligence ha aggiunto di aver rilevato attività di nuclei clandestini di pasdaran pronti a organizzare attacchi in diversi scacchieri. Per molti osservatori si tratta di segnali che fanno pensare a un aggravamento del confronto con l’Iran anche se le possibilità di un attacco sarebbero – per ora – remote. A meno che Israele non decida di passare all’azione. E a quel punto – aggiungono fonti diplomatiche – per gli Usa sarebbe complicato restare neutrali.

Guido Olimpio
02 novembre 2011(ultima modifica: 03 novembre 2011 07:41)

Iran, Stati Uniti e Gran Bretagna starebbero pianificando un attacco – Corriere della Sera

02/11/2011

Para superar a crise, buscar uma via de esquerda

Filed under: "Alla mia sinistra",Esquerda,Federico Rampini — Gilmar Crestani @ 10:44 am
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Pensare una cosa di sinistra

Dal Brasile alla Germania, le idee per cambiare la politica. Il nuovo saggio di Federico Rampini è uno sguardo cosmopolita sui modelli alternativi per superare la crisi

di BARBARA SPINELLI

Pensare una cosa di sinistra

GIA’ DA MOLTI ANNI Federico Rampini ci ha abituati a nomadizzare, con i libri su Cina, India, America. Ma questa volta si ferma, mescola le cose viste, ed estrae una sua sintesi. Questa volta il giornalista errante vuole influire sulla pòlis, e specialmente sulla provincia della pòlis che gli è vicina: la sinistra. Il suo ultimo libro è una lettera (Alla mia sinistra, Mondadori) e il nomade si trasforma in pedagogo, che insegna l’arte preziosa che ha appreso: lo sguardo cosmopolita. Il suo cosmopolitismo non nasce da una dottrina, da cui viene dedotta l’apertura, curiosa, al diverso. Nel suo cammino verso la condizione di cittadino del mondo, Rampini adotta il metodo induttivo. È esplorando realtà e fatti lontani che le lenti cosmopolite si impongono, come unico metodo per capire il presente: grazie a esse scopriamo che Italia, Europa, Occidente, sono frammenti d’un mosaico più vasto, e sorprendente. Chiusi nei recinti nazionali, crederemo di vedere, ma non vedremo. È una delle lezioni del libro. Il lettore sarà impressionato dalla mole di notizie sul miracolo economico di India, Cina, Brasile, o sulla globalizzazione che si fa caos cruento ai confini tra Messico e Stati Uniti (viene in mente l’atroce serie di morti in 2666 di Roberto Bolaño). La sua Cindia (Cina+India), il suo Brasile, la sua America, ci pare di conoscerli un po’ anche noi, quando chiudiamo il libro: di penetrarne splendori e miserie.
Vediamo un capitalismo che secerne al tempo stesso prodigi e degradi inauditi, in incessante movimento.

Vediamo meglio noi stessi, e come tuttora ci illudiamo di essere centro del mondo. Il bello del libro è che ne esci lettore in metamorfosi: una strana condizione, non dissimile dalla scoperta, nella pittura pre-rinascimentale, della prospettiva. È fatta di antinomie la prospettiva: di spazi scoperchiati. Siamo abituati a parlare di recessione, dopo il collasso del 2007-2008, ma non tutti la vivono così. Per un’enorme parte della terra (i Bric, cioè Brasile, Russia, India, Cina) la crisi non è Grande Contrazione. È nuovo inizio, promesso a milioni di reietti. È una formidabile "redistribuzione della speranza", scrive l’autore. Si accompagna a svolte geopolitiche di cui appena ci rendiamo conto: non si contraggono solo i nostri consumi, il nostro welfare. Si raggrinza l’America del Nord, come l’Europa dopo le guerre del ‘900. Sono passati appena dieci anni, da quando Washington si autoproclamò nuova Roma imperiale: la malinconia cattura ora anche lei, come catturò l’Europa. Gli spiriti animali del capitalismo, euforici, hanno traslocato in Brasile, Cina, India. Lì la Storia ricomincia.
C’è un interrogativo cruciale posto da Rampini: "Poteva andare altrimenti?" Erano fatali, in Occidente, il naufragio delle speranze e della politica, il predominio di anonimi poteri finanziari cui per decenni è stata concessa la sregolatezza, la frode degli impuniti, il baratro infine che ha risucchiato il nostro capitalismo? Non era affatto ineluttabile, tutto poteva andare diversamente se avessero prevalso la legge, l’etica pubblica. Chi ha visto il terribile film di Charles Ferguson sulla crisi, Inside Job, sa di che parliamo. Non era fatale che la sinistra s’insabbiasse nel mimetismo, cedesse al caos del mercato: soprattutto l’osannata sinistra riformista di Clinton, Blair, che facilitò l’egemonia della destra e la sua letale deregolamentazione.
Rampini non esita a parlare di plutocrazia: un termine forse troppo incandescente (fu usato dai fascismi contro la democrazia). Quel che è osceno, nel potere della ricchezza, è l’uso che se ne fa: la disuguaglianza patologica che ha prodotto, l’arroganza imperiale, l’assenza di limiti, dunque di morale. La crisi ha rivelato una corruzione mentale profonda delle élite, e il declino della morale occidentale è l’evento del secolo. Il 29 gennaio 2002, poco dopo l’11 settembre, Paul Krugman scrisse un memorabile articolo sul New York Times (The great divide): non era stato l’11 settembre a "cambiare ogni cosa". Il punto di svolta che smascherò il nostro marciume, lo ricorda anche Rampini, fu lo scandalo Enron, la gloriosa società legata a Bush e Dick Cheney, travolta il 2 dicembre 2001 dal falso in bilancio.
Tutto poteva andare diversamente: da quest’analisi autocritica urge partire. La storia non si fa con i se ma la coscienza storica sì. L’Europa sarebbe diversa, se fosse stato attuato il piano Delors su comuni investimenti, finanziati da euro-obbligazioni. Se l’euro non fosse restato senza Stato. Se qualcuno avesse voluto davvero "cambiare il gioco". Rampini riserva parole dure a quel che disse Tommaso Padoa-Schioppa, quand’era ministro dell’economia: "La tasse sono una cosa bellissima". Forse dimentica che bellissima per lui non era l’azione del pagare, ma l’idea che il consumatore si sentisse contribuente a beni comuni (strade, scuole, trasporti): frasi del genere, eretiche, "cambiano il gioco". Rampini stesso denuncia la rivolta americana del Tea Party contro statalismo e fisco. È la conferma che spesso votiamo contro noi stessi: "Per un’illusione ottica sconcertante, o un miraggio collettivo, il 16 per cento degli americani è persuaso di appartenere all’1 per cento dei più ricchi (…). L’idea che qualunque intralcio alla libertà di mercato ci rende tutti un po’ più poveri, e prigionieri di uno Stato oppressivo, ha una forza irresistibile nella cultura di massa americana".
Se le cose potevano andare diversamente ieri, tanto più oggi. La scoperta della prospettiva (di un pianeta non più dominato dall’occidente) aiuta a escogitare modi di vivere diversi, adatti alla Grande Contrazione. Modi cui Rampini dedica il bel capitolo finale: basati sulla sottrazione, non sull’addizione del superfluo. Sono vie percorribili e non tristi, contrariamente a quel che si disse quando Berlinguer o Carter parlarono (nel ’77 e ’79) di austerità. Proprio i paesi emergenti inventano oggi crescite ecologicamente vigili. Il Brasile escogita l’automobile di biofibre, o il bioetanolo ricavato da canna da zucchero. Per scoprire nuove idee basta guardare dove la speranza rinasce. Basta inforcare gli occhiali cosmopoliti.
Di una cosa l’autore è convinto: l’egemonia culturale, dopo la crisi petrolifera del ’73, è la destra anti-Stato a conquistarla. E il fallimento non sembra intaccarla. È la vera sfida che la sinistra ha di fronte. Ma come nell’800 e ‘900, la socialdemocrazia è forse la soluzione. È socialdemocratico il Brasile di Lula. È socialdemocratico il modello tedesco, austero custode dello Stato sociale anche quando governano i democristiani: unica alternativa alla Cina, secondo Rampini. Tutto questo, Rampini lo scrive alla sinistra, perché non abbia paura di "cambiare il gioco". Perché apprenda la prospettiva. Perché non viva anch’essa, come i populisti, nella "menzogna permanente". Perché non diventi, come Obama, un soldato missing in action, che non dà più segno di vita: o perché morto in battaglia, o perché caduto in mano nemica, o perché disertore.

(01 novembre 2011)

Pensare una cosa di sinistra – Repubblica.it

De ontem para hoje engravidou?!

Filed under: Belen Rodriguez — Gilmar Crestani @ 10:41 am
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Apenas havia divulgado aqui seus “doze trabalhos” cinematográficos e já aparece o fruto do labor: Belen Rodriguez: a argentina de barba, cabelo e bigode

Belen incinta, il parto in estate

Il bambino dovrebbe nascere tra giugno e luglio

ESCLUSIVA SU «OGGI»

Belen incinta, il parto in estate

Il bambino dovrebbe nascere tra giugno e luglio

Belen Rodriguez e Fabrizio Corona

Belen Rodriguez e Fabrizio Corona

MILANO – Belen Rodriguez aspetta un figlio. Lo scrive il settimanale «Oggi». Il bambino dovrebbe nascere tra fine giugno e i primi di luglio. Mentre si spengono le luci sullo scandalo del video hard finito in rete, la presunta gravidanza di Belen ha ri-attizzato la cronaca gossip. Il bambino dovrebbe nascere tra fine giugno e i primi di luglio. La showgirl argentina i è stata avvistata la notte del 1° novembre al Fatebenefratelli di Milano. Con lei c’era il fidanzato Fabrizio Corona. E dopo gli accertamenti è arrivata la conferma: il suo malore è dovuto alla gravidanza.

Belen in un’intervista pubblicata su «Oggi» aveva dichiarato: «Che cos’è l’amore? Il sentimento che porta alla realizzazione di se stessi» e aveva aggiunto: «L’amore si tramanda da una generazione all’altra. L’amore che hai ricevuto lo restituisci in forma diversa al tuo partner, poi al bambino che nasce dal rapporto con lui». Una «profonda» dichiarazione d’amore che velava la «voglia di famiglia», su cui ora arriva la conferma della analisi. E del compagno.

Belen incinta, il parto in estate – Corriere della Sera

01/11/2011

Os seios (quatro!!) das gêmeas do nado sincronizado conquistam a Itália

Filed under: Bia e Branca Feres,Olimpíadas — Gilmar Crestani @ 8:01 pm
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Sincro: le gemelle brasiliane scelgono un seno più grande. Addio Olimpiadi

Le protesi possono essere un ostacolo all’attività agonistica. Ma per loro si apre una carriera in tv

Bia e Branca Feres, più famose per la bellezza che per i loro successi

Sincro: le gemelle brasiliane scelgono un seno più grande. Addio Olimpiadi

Le protesi possono essere un ostacolo all’attività agonistica. Ma per loro si apre una carriera in tv

MILANO – Bia e Branca Feres sono andate sul sicuro: le due bionde atlete brasiliane sono belle, non c’è che dire, ma a quanto sembra poco soddisfatte col loro corpo. Le campionesse del sincro hanno perciò deciso di modellarlo con un piccolo intervento al seno, per renderlo più grande e provocante, aumentando di conseguenza il loro sex appeal. Una scelta che costerà loro le Olimpiadi.

Le bellezze del sincroLe bellezze del sincro Le bellezze del sincro Le bellezze del sincro Le bellezze del sincro Le bellezze del sincro Le bellezze del sincro Le bellezze del sincro

DALLA VASCA ALLO SCHERMO – I Giochi olimpici di Londra 2012 si svolgeranno senza le due splendide sincronette. Le gemelle monozigoti, praticamente identiche, hanno annuciato ora l’addio definitivo all’agonismo. In passato avevano stregato il mondo dello sport, da Pechino 2008 ai Mondiali di Roma 2009, non tanto per i risultati quanto per il loro aspetto e gli scatti cliccatissimi sul web. Le bellezze non hanno infatti mai disdegnato le pose senza veli e le apparizioni in tv, in Brasile sono considerate icone sexy. Le ventitreenni, che in patria hanno conquistato diversi titoli (sportivi) e rappresentato con successo il Brasile ai Giochi Panamericani, dicono basta allo sport. Il motivo: si aumenteranno il seno. E le protesi possono rivelarsi un ostacolo nel nuoto sincronizzato. Per loro stessa ammissione. Bia e Branca spiegano che le loro chance in vasca sarebbero ridotte. Ma per una porta che si chiude, si apre un portone. E non poteva che essere quello degli studi tv.

Elmar Burchia
31 ottobre 2011(ultima modifica: 01 novembre 2011 17:52)

Sincro: le gemelle brasiliane scelgono un seno più grande. Addio Olimpiadi – Corriere della Sera

A receita de Cristina

Filed under: Crise Financeira Européia,Cristina Fernández de Kirchner — Gilmar Crestani @ 7:58 pm
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Enquanto o Estadão desanca a presidenta argentina, Cristina Fernandez Kirchner, o tradicional jornal italiano vê no modelo desenhado pelo casal Kirchner como exemplo para tirar a Grécia, e quiçá a Itália, da barafunda em que se meteram. E, de lambuja, ainda tributa ao Brasil, a “locomotiva” que alavanca a Argentina…

Quanto regge la ricetta di Cristina?

Grazie alle commodity il Paese cresce del 9%. Ma parte la fuga di capitali

LA RIPRESA DI BUENOS AIRES

Quanto regge la ricetta di Cristina?

Grazie alle commodity il Paese cresce del 9%. Ma parte la fuga di capitali

Fare come a Buenos Aires? È pensabile una via d’uscita per la crisi greca, o di altri Paesi europei, prendendo in prestito la ricetta che ha risollevato l’Argentina dalla peggior debacle economica vista in questo scorcio di secolo? (vedi tabella)

Sono questi i giorni in cui si celebra la travolgente conferma di Cristina Kirchner alla Casa Rosada, terzo mandato consecutivo considerato anche quello del marito Nestor, scomparso da poco. E a gennaio saranno dieci anni dalla proclamazione del famoso default sui Tango bond, che tante lacrime ha fatto versare a migliaia di risparmiatori italiani. Da quei giorni l’Argentina non ha fatto che crescere. Non solo ha recuperato velocemente i l tracollo del 2001-2002, ma ha proseguito la corsa a ritmi cinesi. Quest’anno, denso di incertezze per il mondo intero, dovrebbe chiudersi con una crescita del Pil di addirittura il 9 per cento. Non è difficile spiegarsi il successo nelle urne della Kirchner e la rivendicazione orgogliosa del suo modello, nacional y popular.

La ricetta delle pampas
Vediamolo dunque più da vicino questo miracolo anti-ortodosso delle pampas. Nell’ultimo decennio l’Argentina ha fatto esattamente il contrario di quanto prescrivono gran parte degli economisti. Al default seguì una ristrutturazione assai punitiva: i detentori di bond che vi aderirono recuperarono non più del 30-35 per cento, e in molti anni. La decisione fu unilaterale e di conseguenza il Paese sudamericano si pose ai margini dei mercati finanziari. Ruppe con il Fondo monetario e da allora la presenza internazionale si è limitata a una manciata di emissioni. Alla forte svalutazione del peso seguì una congiuntura fortunata, con il boom dei prezzi delle commodity agricole. Oggi si dice che l’Argentina è sostenuta dalla soia destinata ai cinesi e il bilancio dello Stato foraggiato dalle tasse all’export. I Kirchner hanno poi aumentato enormemente la spesa sociale, i sussidi alle famiglie e le pensioni. L’inflazione corre libera, attorno al 25 per cento all’anno, anche se il governo tenta di far credere che sia molto più bassa, manipolando le statistiche. Però gli aumenti salariali si continuano a concedere sulla base di quella reale: non sono rari in questi mesi ritocchi del 30 per cento. Il governo sostiene di aver abbattuto gli indici di povertà all’8 per cento della popolazione: durante la crisi arrivarono al 40 per cento.

Mani pubbliche
L’intervento pubblico è ovunque. Sempre contro ogni ortodossia, lo Stato tiene in vita artificialmente la propria compagnia aerea di bandiera e impedisce aumenti delle tariffe di gas, elettricità e trasporti pubblici. Limita il più possibile le importazioni, per aiutare la ricostruzione dell’industria nazionale. Il cambio con il dollaro è sostenuto dalla banca centrale, altrimenti il differenziale di inflazione lo farebbe gradualmente scivolare. I controlli generano un mercato nero della valuta e fuga di capitali, che in questi giorni suonano come un segnale preoccupante sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

Confronto greco
Le differenze con la situazione greca saltano subito agli occhi. Torniamo per un attimo al default. Atene ha debiti soprattutto con le banche, Buenos Aires fece pagare il grosso del conto ai privati. Il che non provocò un effetto contagio su altri Paesi, né rischi seri di fallimenti bancari. Nonostante l’economia greca non raggiunga le dimensioni di quella argentina, un suo tracollo non guidato avrebbe avuto effetti assai più sistemici. La Grecia, soprattutto, è all’interno di una unione che non lascia margini a politiche monetarie unilaterali. Non può, ovviamente, svalutare la propria divisa. Se anche uscisse dall’euro, la manovra dovrebbe essere concertata con il resto d’Europa e il cambio regolato per evitare la corsa ai depositi bancari e la fuga di capitali.

La rinegoziazione del debito, come si vede in questi giorni, deve tenere conto degli effetti provocati sulle banche creditrici. Anche dopo aver risolto i nodi finanziari, la politica espansiva e inflazionaria seguita dall’Argentina non sarebbe facilmente replicabile né in Grecia né in altri Paesi dell’area Euro. È difficile pensare a una ripresa delle esportazioni, e del gettito fiscale, come quella goduta a Buenos Aires in una congiuntura tutta speciale. D’altro canto, se il default del 2002 ha aiutato l’Argentina ad uscire dal baratro a spese altrui, tutto quello che ne è seguito non può essere attribuito soltanto al non pagamento dei debiti. Oltre al boom delle materie prime, c’è stata la prossimità con la locomotiva Brasile a rendere più veloce la ripresa.

La peculiarità del boom argentino è tale da aver fatto scattare diversi allarmi durante l’ultima campagna elettorale. Mentre la Kirchner intende proseguire sul modello autarchico (e secondo alcuni osservatori, radicalizzarlo ancora di più), i suoi avversari l’hanno accusata di eccessivo populismo per conquistare voti, con gravi pericoli per il futuro. I conti pubblici sono in deficit e il debito pubblico cresce, mentre la Banca centrale si sta svenando per mantenere il cambio. Nel nome del peronismo, l’Argentina ha già assistito a varie debacle finanziarie, quando l’eccesso di spesa pubblica ha fatto saltare il banco, sfociando nell’iperinflazione; o quando il decennio allegro di Carlos Menem portò all’insostenibilità del cambio ancorato al dollaro, a fine anni Novanta.

Rocco Cotroneo
31 ottobre 2011 17:12

Quanto regge la ricetta di Cristina? – Corriere della Sera

“Moça com seio de pérola”

Filed under: Christopher Chaney,Scarlett Johansson — Gilmar Crestani @ 7:47 pm
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As fotos íntimas da cantora e atriz Scarlett Johansson, vasadas para a internet, estão rendendo um processo. Ela parecia mais bonita vestida no filme Moça com Brinco de Pérola que nas fotos que as mostra desnuda… Não vale 120 anos de prisão, as fotos as fotos, como ela ameaça ao hacker Christopher Chaney. Se ganhar vai encher o cafofo de pérolas…

Foto osé rubate, al via il processo

Chaney ha rubato scatti privati delle star, ora rischia 121 anni. Tra le vittime anche Scarlett Johansson

Chaney ha rubato scatti privati delle star, ora rischia 121 anni. Tra le vittime anche Scarlett Johansson

MILANO- Decine di fotografie. Rubate. E alcune, come quelle di Scarlett Johansson, diffuse su internet. Al via il processo a Christopher Chaney, l’hacker che ha fatto tremare le star. L’uomo, 35 anni di Jacksonville Florida, ha 26 capi di imputazione tra cui accesso non autorizzato a computer. E rischia fino a 121 anni di carcere.

LE INDAGINI– Chaney è stato arrestato al termine dell’operazione «hackarazzi», durata un anno. Almeno una cinquantina le persone prese di mira dall’hacker che è entrato nei loro pc. E oltre ad aver rubato scatti «sensibili», Chaney è riuscito a ottenere una copia di tutte le email. Tra le vittime compaiono anche Christina Aguilera e Mila Kunis. Gli agenti però sono cauti. Secondo loro non ci sono prove che l’uomo abbia messo in vendita le informazioni.

Le foto «osé» di ScarlettLe foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett Le foto «osé» di Scarlett

LE SCUSE- E così è stato arrestato. Ha chiesto scusa e ha pagato 10mila dollari per la libertà su cauzione. Ora però dovrà comparire all’udienza. Ma un’altra causa si avvicina: l’uomo avrebbe molestato online una donna del Connecticut per 12 anni.

Foto osé rubate, al via il processo – Corriere della Sera

26/10/2011

Aposentada com 39 anos

Filed under: Aposentadoria,Lega Nord,Umberto Bossi — Gilmar Crestani @ 9:26 am
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O neofascista italiano da Lega Nord, Umberto Bossi, do grupo mafioso de Silvio Berlusconi, quer aumenta a idade para a aposentadoria para 67 anos. Agora veio a denúncia, a mulher dele se aposentou com 39 anos. No Brasil aconteceu a mesma coisa. Quando aumentaram os limites de idade, na reforma da previdência do Governo FHC, o Ministro Reinhold Sthephanes também tinha se aposentado com 42 anos. Eles são bons para impor limites aos outros, para possam viver sem limites. Os fascistas, os neofascistas, a direita, o neoliberalistas são assim, aqui e acolá.

Camera, urla della Lega contro Fini

Il Carroccio chiede le dimissioni. Reguzzoni definisce «scandalose» le parole sulla moglie di Bossi

«È inopportuno che il presidente della Camera faccia politica»

Camera, urla della Lega contro Fini

Il Carroccio chiede le dimissioni. Reguzzoni definisce «scandalose» le parole sulla moglie di Bossi

Fini a Ballarò

MILANO- La Lega non ci sta. «Non tolleriamo i soprusi e le ingiustizie», tuona il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni. L’ira del Carroccio si scatena su Gianfranco Fini che martedì sera, alla trasmissione Ballarò, ha citato la moglie di Umberto Bossi , Manuela Marrone, come caso di baby pensionata(«È andata in pensione a 39 anni»). E proprio perché «il suo comportamento è inopportuno» i deputati leghisti chiedono le «dimissioni» del presidente della Camera a gran voce.

LO SCONTRO– E così non appena si è aperta la seduta a Montecitorio sono partiti urla e insulti. Il tutto preceduto da un durissimo intervento di Reguzzoni. «È inopportuno che il presidente della Camera Gianfranco Fini faccia politica e partecipi alle trasmissioni tv, come è avvenuto a Ballarò». Ma Fli e in particolare Italo Bocchino, respinge ogni accusa. «È veramente anomalo che un capogruppo in Aula affronti questioni politiche trasformandole in modo diverso», risponde il vicepresidente di Fli. «Il presidente della Camera ha tutto il diritto, essendo anche un leader politico, di esprimersi». Ma Rosy Bindi sospende la seduta. Ma malgrado lo stop continuano le urla e le tensioni. La vicepresidente Rosy Bindi ha chiesto «scusa» ad alcuni ragazzi che assistevano ai lavori dalla tribuna del pubblico «per lo spettacolo non edificante a cui hanno assistito». Solo grazie all’intervento dei commessi si è scongiurata la rissa.

IL PDL- E sulla questione interviene anche Fabrizio Cicchitto: «Il nostro gruppo ha a questo punto l’intenzione di investire la massima autorità dello Stato di una situazione di difficoltà drammatica dell’istituzione parlamentare determinata dal comportamento» .

Redazione Online
26 ottobre 2011 13:02

Camera, urla della Lega contro Fini – Corriere della Sera

09/10/2011

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália

Filed under: Cosa Nostra,Forza Itália,Itália,Ndrangheta — Gilmar Crestani @ 10:57 am
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Até o Papa pratica o seletividade. Foi importante a invectiva de Ratzinguer sobre a máfia do sul e o silêncio obsequioso a respeito da máfia do norte, também batizada de Forza Itália, cujo capo atende pelo nome de Sílvio Berlusconi. O Papa não tem palavras para a corrupção que beneficia o Norte, apenas para a criminalidade decorrente da pobreza do sul explorado pelo Norte. Talvez o papa “tedesco” desconheça que os “polentoni” vivem da farinha produzida pelos “terroni”. As famiglias mafiosas estão agrupadas entorno da Cosa Nostra siciliana, a Ndrangheta da Calábria, Camorra napolitana e a Forza Itália, de Milão e arredores…

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália

09 de outubro de 2011 | 10h 01

AE – Agência Estado

O papa Bento 16 denunciou hoje a máfia "desumana" que afeta o sul da Itália e pediu a moradores da região que respondam à ameaça tomando conta um do outro e prezando pelo bem comum. Bento 16 fez o comentário ao celebrar uma missa a céu aberto em Lamezia Terme, na Calábria.

A região abriga a ”Ndrangheta”, considerada hoje mais poderosa do que a máfia siciliana e um dos maiores grupos traficantes de cocaína do mundo. A Calábria é também uma das regiões mais pobres da Itália.

Bento 16 destacou que a região é considerada sísmica, "não apenas geologicamente, mas do ponto de vista estrutural, social e de comportamento", e disse que a alta taxa de desemprego e a "criminalidade muitas vezes desumana ferem a estrutura da sociedade" da Calábria.

Ele pediu aos moradores da região que continuem respondendo aos problemas com fé e valores cristãos. "Forcem a si mesmos a ampliar a capacidade de colaborar um com o outro, cuidar um do outro e de todo o bem público", disse ele.

Essa foi a primeira visita do papa à região e a polícia estimou que 40 mil pessoas compareceram à missa. As informações são da Associated Press.

 

No LA REPPUBLICA

"Impegno dei cattolici in politica
ma non sia per interessi di parte"

Il Papa in Calabria contro la ‘ndrangheta

"Impegno dei cattolici in politica ma non sia per interessi di parte" Benedetto XVI celebra la messa a Lamezia Terme, davanti a 40 mila persone. "Nuova generazione pensi al bene comune". Monito contro la criminalità organizzata: "Ferisce il tessuto sociale" (video). E poi: "Disoccupazione preoccupante"

No Corriere della Sera

Il Papa in Calabria: «Serve nuova generazione di cattolici in politica»

Nel discorso anche riferimenti alla criminalità organizzata e alla disoccupazione

Il Papa in visita pastorale a Lamezia Terme (Infophoto)

Il Papa in visita pastorale a Lamezia Terme (Infophoto)

LA ‘NDRANGHETA – In Calabria i problemi sono in forme «acute e destabilizzanti», come la «disoccupazione preoccupante» e la «criminalità spesso efferata» che «ferisce il tessuto sociale». Ma i calabresi hanno «saputo reagire all’emergenza con prontezza e disponibilità sorprendenti». Il Papa chiede loro di non scoraggiarsi. «Non cedete mai – ha raccomandato il Papa ai calabresi – alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi», crescete nella «capacità di collaborare con gli altri, e per il bene pubblico». Il Papa ha celebrato la messa nell’area industriale ex-Sir, dopo essere stato accolto e salutato dal presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, dal sindaco Gianni Speranza e dal vescovo, Antonio Cantafora. «So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, – ha detto Benedetto XVI nell’omelia – non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni. Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica – ha commentato – non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, – ha chiarito il Papa – dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza».

«NON CEDETE MAI» – «All’emergenza, – ha sottolineato papa Ratzinger – voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai – ha incitato – alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione».

Redazione online
09 ottobre 2011 14:56

Papa denuncia máfia ‘desumana’ no sul da Itália – internacional – geral – Estadão

08/10/2011

Democracia made in USA

 

EE UU anuncia medidas para protegerse de filtraciones de Wikileaks

La Casa Blanca crea un grupo dirigido por el fiscal general para reducir la vulnerabilidad de los secretos de Estado y reducirá el número de personas con acceso a documentos

Antonio Caño Washington 8 OCT 2011 – 11:39 CET10

 

Julian Assange en Londres durante su proceso. / EFE

Barack Obama anunció este viernes una serie de medidas para proteger los secretos de Estados Unidos de Wikileaks y de otras organizaciones o individuos interesados en sacarlos a la luz con diferentes propósitos. Estas medidas son fruto de varios meses de una investigación abierta después de que varios medios de comunicación, entre ellos EL PAÍS, hicieran públicos cientos de cables clasificados del Departamento de Estado.

Con esta iniciativa, la Casa Blanca pretende, según la declaración oficial emitida esta noche, “reducir el riesgo de futuras filtraciones” y “mejorar la seguridad nacional mediante un intercambio responsable y controlado de información confidencial”.

Entre las medidas anunciadas, se incluye la creación de un grupo de trabajo dirigido por el fiscal general que se ocupará de “mejorar la protección y reducir la vulnerabilidad” de los secretos de Estado ante lo que la presidencia norteamericana califica de “amenazas internas”. Ese grupo, que será denominado Comité para el Gobierno del Intercambio y la Protección de Información, trabajará de forma permanente y estará integrado por altos funcionarios de la Administración.

Igualmente, se aplicarán nuevas directrices sobre el número de personas con acceso a datos confidenciales, normas sobre el intercambio de información entre las diferentes agencias del Gobierno y sobre la identificación para el acceso en Internet a archivos y comunicaciones confidenciales.

La Administración norteamericana considera que los datos obtenidos en los últimos años por Wikileaks sobre las guerras de Irak y Afganistán, así como los papeles del Departamento de Estado, han puesto en peligro a personas que trabajan para el Gobierno de Estados Unidos, han abortado importantes proyectos en marcha y han creado tensiones políticas entre Washington y algunos de sus aliados en el exterior.

La justicia estadounidense ha atribuido la responsabilidad de una gran parte de esas filtraciones al soldado Bradley Manning, quien se encuentra actualmente en prisión acusado del delito de haberse apoderado ilegalmente de información secreta y haberla traspasado a Wikileaks.

Desde que la organización que dirige el australiano Julian Assange hizo públicos algunos de los documentos obtenidos, tanto el Pentágono como la CIA y el Departamento de Estado empezaron a adoptar precauciones adicionales para evitar nuevas filtraciones. El Departamento de Estado dejó de utilizar el canal del Departamento de Defensa que usaba antes para el envío de los cables entre Washington y sus embajadas en distintos países. El Pentágono, por su parte, incorporó nuevos programas de control sobre el acceso a Internet.

El plan sistematiza algunas de esas medidas e incorpora otras para poner al día un sistema de protección que, según los expertos, había quedado anticuado. En los últimos años, con el crecimiento del aparato administrativo y la espectacular mejora de los medios de comunicación, la elaboración de datos e informes relativos a la seguridad nacional o a la presencia de EE UU en el exterior se habían multiplicado de forma exponencial, sin que al mismo tiempo hubieran aumentado las medidas de control. Más de medio millón de funcionarios de distintos organismos de la Administración, tenían acceso, por ejemplo, a los miles de cables que cada día produce el Departamento de Estado.

Wikileaks sacó provecho de esa situación y fue capaz de poner en conocimiento del público acontecimientos relevantes con la ayuda tan solo, según la información oficial, de un militar de escasa relevancia movido, por razones personales, a suministrar los datos de los que disponía.

Si el episodio preciso del ataque con helicóptero en Irak o los papeles del Departamento de Estado, algunos de los más famosos trabajos de Wikileaks, fueron útiles para que el público conociera hechos relevantes que han contribuido a que los ciudadanos estén mejor informados, podrían darse otros casos en los que la fragilidad de los sistemas de protección de secretos ayuden a enemigos de EE UU. El espionaje no desapareció con la Guerra Fría y sigue habiendo países y grupos muy interesado en conocer lo que EE UU intenta ocultar, como demostró el intento de China de acceder al helicóptero averiado que dejó abandonado el comando que mató a Osama Bin Laden en Pakistán.

Obama pretende ahora involucrarse personalmente en la tarea de proteger los secretos nacional y, entre las directrices anunciadas, está la de que el comité creado a tal efecto presente un informe dentro de 90 días sobre la situación existente actualmente, y después, uno cada año sobre la evolución de las nuevas medidas adoptadas.

EE UU anuncia medidas para protegerse de filtraciones de Wikileaks | Internacional | EL PAÍS

Filosofia na “pasta”

Filed under: Cultura,Filosofia — Gilmar Crestani @ 8:46 am
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Nuovi filosofi, tra le risorse umane e la tentazione della pasticceria

A un anno dalla laurea meno della metà trova lavoro

DOPO IL CASO ZENA, SIBILLA PER NECESSITA’

Nuovi filosofi, tra le risorse umane
e la tentazione della pasticceria

A un anno dalla laurea meno della metà trova lavoro

Schopenhauer e Nietzsche visti da Werner Horvath

Schopenhauer e Nietzsche visti da Werner Horvath

ROMA – Platone li candidava alla guida della Repubblica. Il suo era uno Stato ideale, certo, motivo per cui i filosofi – gli unici a conoscere l’essere e la verità – sarebbero stati i più adatti a governarlo. E nell’odierna democrazia? Se a Montecitorio i filosofi scarseggiano, nel Paese reale c’è chi continua a coltivare l’arte della sapienza. Per passione: come Zena – la 32enne precaria, “sibilla” di strada per guadagnare qualche spicciolo – e altri giovani pensatori. Così motivati da assumersi le conseguenze: tacciati di anacronismo e snobbati dal mercato del lavoro. Le prospettive, in effetti, non sono rosee: lo dice l’ultima indagine di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Secondo lo studio (dati aggiornati al 2010), su 586 intervistati il 41% riesce a trovare lavoro a un anno dalla laurea specialistica: il 42,7% sono donne, il 38,8% uomini. Il 44,2% degli occupati inizia a lavorare dopo aver conseguito il titolo, il 25,4% prosegue l’attività intrapresa prima di iscriversi. Il tempo che trascorre dalla laurea al primo impiego è, in media, di 5 mesi. Il 57,9% dei laureati sono lavoratori atipici, a fronte dei 26,7% stabili (6,7% autonomi, 2% assunti a tempo indeterminato). Il 77,1% trova sbocchi nel privato, il 22,1% nel pubblico. Il settore che assorbe gran parte della domanda, l’89,2%, è quello dei servizi: in testa, il ramo “istruzione e ricerca” (24,2%). La retribuzione mensile netta è di 1.010 euro per gli uomini, di 747 per le donne.

PROGETTO FILOSOFI – C’è poi chi, come Matteo Andreozzi, ha invertito il percorso: il trentunenne milanese, dottorando in filosofia ambientale alla Statale di Milano, dopo il diploma cerca subito lavoro. Commesso, operatore di call-center, tecnico informatico, infine responsabile del reparto cabling con uno stipendio di 1.300 euro al mese. Dal 2000 al 2005, sperimenta l’indipendenza e asseconda la voglia di mettersi alla prova. La sua vera passione, però, è un’altra: «Sono sempre stato un tipo riflessivo – racconta Matteo – . Mentre i miei compagni di scuola parlavano di calcio e di motori, io mi interrogavo sui massini sistemi. Sarà per questo che le ragazze si confidavano con me…». La vena filosofica lo spinge a una scelta radicale: si licenzia, vende auto e televisore per iscriversi all’università. Con una promessa: «Pagherò le rate con le borse di studio». Impegno rispettato: consegue la triennale in tempi record e viene selezionato dal Collegio di Milano, per frequentare corsi alternativi. E’ qui che, nel 2009, nasce il «Progetto filosofi»: tra i vari obiettivi, quello di sondare il mercato del lavoro. «Abbiamo riscontrato la mancanza di dati specifici su scala nazionale per i laureati in filosofia – spiega Matteo – , così abbiamo svolto un’indagine informale, ma più veritiera, tramite la nostra rete di contatti». Risultato: «Il primo serbatoio occupazionale è quello delle risorse umane, seguito da marketing, comunicazione, organizzazione di eventi e attività di ufficio stampa. Il resto è spalmato tra carriera accademica e insegnamento».

SPAESAMENTO – L’ostacolo maggiore, dopo la laurea, è lo spaesamento: motivo per cui Matteo ha coordinato la stesura di un vademecum, Come salvare i filosofi dalla filosofia, con indicazioni pratiche e di metodo. L’input numero uno è quello di distinguere il filosofare dal fardello nozionistico. Tradotto: inutile ripetere all’infinito i soliti contenuti, quando la filosofia può essere utile come strumento di riflessione interdisciplinare. Non per caso, da qualche tempo si moltiplicano master e corsi di specializzazione in «counseling filosofico». Tanto per citarne alcuni: alla Scuola superiore di counseling filosofico di Torino, all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Università “Federico II” di Napoli, alla Scuola Iad (Insegnamento a distanza) dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Tra i più originali, il master in «Filosofia come via di trasformazione» dell’Università di Verona. E il profilo formativo è quello dell’esperto in problem-solving, dell’interlocutore abile a risolvere i conflitti. Meglio se in contesti difficili e opachi, nei quali si rischia il default da ansia e confusione. «In questo campo si stanno aprendo molte possibilità – conferma Matteo – , ma il rischio è che siano fuorvianti rispetto alla vera funzione del filosofo». Quale? «Quella di stimolare al dialogo, alla coscienza critica senza cedere al pragmatismo delle scienze forti. Un ruolo difficile, certo, sempre sulla linea del fuorigioco». Il blog filosofiprecari.it (sottotitolo: l’unica maniera di resistere alla società neo-liberale) è invece uno spazio di discussione «per confrontarsi, litigare, arricchirci su qualsiasi tema che abbia a che fare con la Filosofia», recita il manifesto. Una piattaforma di incontro con «altri Saperi, ridotti alla marginalità dei Tempi e dalla Precarietà». L’omonimo gruppo su Facebook conta quasi 1.500 iscritti. Qualcun altro preferisce puntare sull’auto-ironia: il gruppo Pasticceria filosofica, post-laurea in filosofia consiglia: «Ti sei laureato in filosofia? Vuoi fare ricerca? Vuoi insegnare? Macché, apri una pasticceria». E, tra un post e l’altro, propina ricette sapienziali: dai biscotti choco-Leibniz alla ciambella rotonda di Parmenide.

Maria Egizia Fiaschetti
06 ottobre 2011(ultima modifica: 08 ottobre 2011 09:41)

Nuovi filosofi, tra le risorse umane e la tentazione della pasticceria – Corriere della Sera

Quem é melhor, Maradona ou Pelé?

Filed under: Kant,Maradona,Pelé — Gilmar Crestani @ 8:39 am
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Na minha modéstia opinião, Maradona era e é melhor dentro e fora de campo. Pelé é um bom administrador de imagem, a dele.

Meglio Pelé o Maradona? Lo decide Kant

Disputa tra filosofi. «Il brasiliano? Modello etico». «Diego è emozione

Non solo calcio

Meglio Pelé o Maradona? Lo decide Kant

Disputa tra filosofi. «Il brasiliano? Modello etico». «Diego è emozione»

Pelè ai mondiali del 70 in Messico in Italia Brasile (1-4)

Pelè ai mondiali del 70 in Messico in Italia Brasile (1-4)

MATERA – La verità non esiste, la verità è un gioco. E se il concetto vale per il mito della scienza oggettiva, può essere applicato anche al seguente dilemma, che per quanto piccolo fa dibattere da anni la civiltà occidentale e non solo quella: Maradona era davvero meglio di Pelé?
La questione non è di poco conto, e così una delle ultime tavole rotonde della Settimana internazionale della ricerca, bella manifestazione organizzata a Matera e dedicata quest’anno a «L’invenzione della verità», ha cercato di venirne a capo. Lo anticipiamo a beneficio di coloro che sperano di trovare in queste righe la risposta definitiva a una domanda che ogni appassionato di calcio si è fatto almeno una volta nella vita: tecnicamente è stato un pareggio. Il fischio d’inizio era per le ore 15, sala Carlo Levi di Palazzo Lanfranchi. Tra un simposio su «Verità, relativismo e pluralismo», una lectio magistralis del filosofo Aldo Masullo su «Il civile discorso e la selvaggia intuizione», nel programma ufficiale compariva il dibattito «La mano de Dios». Da una parte del tavolo c’erano il sociologo, docente e ricercatore del Cnr Oscar Nicolaus, noto anche per aver fondato il comitato «Te Diegum», e il filosofo napoletano Ernesto Paolozzi. Dall’altra, chiamati a sostenere le ragioni di Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, c’era il filosofo siciliano Giuseppe Gembillo, docente dell’università di Messina, e Salvatore Aleo, giurista e professore di diritto penale a Catania.

Maradona ai mondiali del 1986 in Messico in Argentina Inghilterra (2-1)

Maradona ai mondiali del 1986 in Messico in Argentina Inghilterra (2-1)

Insomma, si volava alto ma anche rasoterra, come deve essere per una discussione filosofico-calcistica. Gembillo è partito subito all’attacco, usando argomenti di kantiano idealismo. «Lasciando perdere le vicende quantitative, che vedono Pelé al primo posto nella classifica dei goleador di sempre, mentre il vostro Diego è solo 97esimo… ma se la mano de Dios esiste lo deve alla benda del diavolo messa sugli occhi dell’arbitro. In quella che voi vedete come una marachella c’era già la differenza etica tra i due personaggi».

Nicolaus soffriva visibilmente a questa parole, e dopo breve rincorsa si è lanciato in un duro tackle, accusando il collega sicilian-brasileiro di tradire l’amato Hegel, nel nome di un’ottusa razionalità. Per smontare le tesi gembilliane sul celebre e irregolare primo gol all’Inghilterra ha citato due grandi filosofi contemporanei. Il primo è Martin Heidegger, teorico della trascendenza radicale dell’essere e grande appassionato di sport, che una volta disse al ct della nazionale tedesca la seguente frase, «il calcio piace perché il pallone è rotondo». Una verità alla quale, con tutto il rispetto, era giunto anche Aldo Biscardi. Il secondo è Vujadin Boskov, citato per il suo immortale «rigore è quando arbitro fischia». Questo per dire che la quaterna arbitrale fa parte di un gioco per sua natura imperfetto. E se la prende con i kantiani, «che sognano sempre un ideale di purezza», dimenticando un gioco puro non è immaginabile. «Quelli che oppongono la perfezione sociale di Pelé all’imperfezione di Maradona si inseriscono nel solco occidentale di separazione della ragione dall’emozione».

Il raddoppio di marcatura è giunto puntuale dal filosofo Paolozzi, che citando Pascal – «Maradona è la ragione del cuore che il cuore non può conoscere» – ha fatto l’elogio del Pibe come giocatore della complessità. «Con le sue umane debolezze Diego fa vincere la realtà della vita sulla concezione matematica e geometrica del calcio». Dalla fascia è arrivata l’incursione di Aleo, fedele a una visione etica del calcio. «Maradona è stato un esempio catastrofico fuori dal campo. Nel mondo moderno il calcio ha sostituito gli eroi dell’Olimpo. E per questo necessita di nobili divinità».

A quel punto le squadre si erano ormai allungate, inutile cercare ogni parvenza di schema. È scoppiata la bagarre, con l’arbitro, il signor Mauro Maldonato, psichiatra dell’Università della Basilicata e direttore scientifico del convegno, che faticava a tenere le redini dell’incontro. «Il vero esempio – ha contrattaccato Paolozzi – è quello di chi cade e si rialza, come Maradona, non quello di chi non cade mai. Fa più danni l’elogio della purezza di quello della fragilità umana». Gembillo in rapido disimpegno kantiano: «L’esempio etico conta, il vostro amore per Diego non deve oscurare questa verità». Nicolaus, con fallo da ultimo uomo: «Io dico che il Maradona uomo è ancora meglio del calciatore». Al triplice fischio dagli spalti, equamente divisi tra peleisti e maradoniani, è piovuta una salva di domande. C’era voglia di tempi supplementari, la discussione è stata bella e divertente. Ma incombeva la lectio magistralis su «Arte e cultura postmoderna» di Danilo Santos De Miranda, brasiliano ma non calciatore, direttore generale del Sesc di San Paolo. Comunque non erano ammesse divagazioni. «O Maradona o Pelé» hanno intimato Nicolaus e Gembillo in un tentativo finale di fair play. Qualcuno, citando penosamente l’olandese Spinoza per nascondere le proprie passioni milaniste, ha domandato se non era il caso di considerare Marco Van Basten come possibile incomodo. L’articolo che state leggendo è la prova che all’incauto richiedente è stata almeno risparmiata la vita.

Meglio Pelé o Maradona? Lo decide Kant – Corriere della Sera

27/04/2011

Rio, si, bello!

Filed under: Brasil — Gilmar Crestani @ 9:05 am
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Rio si ribella: spazio esagerato
alle favelas su Google Maps

Gli slum segnalati con maggiore evidenza rispetto a Pan di Zucchero e Cristo Redentore

LA PROTESTA della città brasiliana in vista di Mondiali di calcio e Olimpiadi

Rio si ribella: spazio esagerato
alle favelas su Google Maps

Gli slum segnalati con maggiore evidenza rispetto a Pan di Zucchero e Cristo Redentore

Una vista di uno slum di Rio de Janeiro (

Una vista di uno slum di Rio de Janeiro (

MILANO – La città del Pan di zucchero, della lunga spiaggia di Ipanema e del mitico stadio Maracanà secondo Google Maps si riconosce soprattutto per una sua caratteristica: la abnorme presenza di favelas al suo interno. Così tanto radicate nel territorio da oscurare anche quartieri residenziali, aree turistiche e commerciali. Cosicché a una prima occhiata sulle mappe satellitari offerte online da Google, un turista che non conosca la megalopoli potrebbe pensare a Rio come a una lunga distesa di baraccopoli.

LA PROTESTA – Questa visione parziale della città non è piaciuta alle autorità carioca, né al segretario per il turismo Antonio Pedro Figueira de Mello, che dal 2009 protesta per rivedere etichette e scelta delle priorità geografiche di Rio in casa Google, cosciente dell’impatto delle ricerche geografiche su internet attraverso il motore di ricerca. Come fa notare anche la Bbc inspiegabilmente le mappe citano i nomi di favelas grandi e piccole, ma dimenticano per problemi di spazio sulle cartine di segnalare i nomi di agglomerati residenziali. Errori già segnalati in passato, quando per esempio Google sbagliò a tracciare un confine tra Nicaragua e Cosa Rica, attribuendo alla prima nazione un’isola che invece andava assegnata alla seconda.

LA PROVA – Aprendo Google Maps e digitando per esempio “Sugar Loaf Rio de Janeiro”, ovvero il picco del Pan di Zucchero che con la statua del Cristo Redentore sovrasta mare e abitato, la mappa punta perfettamente sulla montagna verde, ma i soli nomi che appaiono nei dintorni (in scala 1:50 e in scala 1:200) sono quelli di tre differenti “morro”: il Morro Cara de Cao, il Morro da Urca, il Morro do Pao de Acucar. Dove il morro è la baraccopoli incastonata nella roccia, nascosta nel verde delle colline brasiliane, e geograficamente e culturalmente si oppone all’asfalto, ovvero quei quartieri residenziali abitati da persone più abbienti in cui ci sono strade e palazzi di cemento.

LA RISPOSTA – Non che segnalare le favelas – oltre 600 in tutta la città, diffuse capillarmente dal 1800,e abitate da un terzo della popolazione – sia errato, ma per una città la cui immagine deve essere ripulita in vista di Mondiali di calcio (previsti per il 2014) e Olimpiadi (2016), il governo inizia già a correre ai ripari. Dal canto suo Google ha chiesto scusa e confermato di aver demandato a una società esterna la compilazione delle mappe di Rio, dimostrandosi disponibile comunque a rimetterci mano. Piano piano inserirà nelle cartine i nomi di quartieri e zone turistiche in bella vista e farà sì che gli slum, giacché esistono, continuino a comparire, ma i loro nomi si leggeranno solo quando si deciderà di zoomare la mappa sul luogo in cui sono presenti. A Google va un applauso: gli studi sulla povertà di Rio e sulla necessità di trovare nuove abitazioni – ne mancherebbero 6 milioni – dicono che ci sono voluti cento anni per far registrare sulle mappe ufficiali della città le favelas. Mentre in poche ore Google Maps ha dato loro tutta la visibilità che la topografia istituzionale aveva negato.

Eva Perasso
27 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rio si ribella: spazio esagerato alle favelas su Google Maps – Corriere della Sera

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