Ficha Corrida

10/07/2015

Quem trabalha mais, os gregos ou os alemães?

Filed under: Alemanha,Grécia,Trabalho Escravo — Gilmar Crestani @ 10:03 am
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É muito comum os ricos jogaram para cima dos pobres a culpa pela própria pobreza. Quem ainda não ouviu a velha lengalenga do “dar a cada um o que é seu”? Aos ricos, a riqueza; aos pobres, a pobreza.

Normalmente o que se houve é que os pobres trabalham menos ou são vagabundos. No caso europeu, a OCSE publicou estudo que comprova que os gregos são os que mais trabalham na Europa. O que significa que não é o trabalho que dignifica o homem, mas o roubo. Os alemães, que até hoje não pagaram os prejuízos da guerra insanda do Führer, continuam sugando o trabalho dos europeus.

In Europa chi lavora di più sono i lavoratori greci

di Carlo Santi (sito)giovedì 9 luglio 2015

Quali sono i paesi in cui si lavora di più? La Grecia è al 1° posto in Europa ed è il 4° paese più laborioso al mondo, dopo Messico, Costa Rica e Corea del Sud.

La prima cosa da dire è che sono in molti che considerano i tedeschi e gli italiani grandi lavoratori e vedono i greci come dei fannulloni. Invece gli italiani sono a metà classifica, al 22° posto, mentre i tedeschi risultano ultimi nella lista stilata dall’OCSE e riferita al 2014. Per cui i ‘fannulloni’ eventualmente sono proprio i tedeschi mentre gli italiani lavorano di più persino dei francesi, dei belgi, degli olandesi, degli inglesi e di tanti altri. Comunque sia, nessun lavoratore europeo lavora più di un collega greco.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ha pubblicato giovedì 9 luglio le cifre riferite alle ore lavorate per lavoratore all’anno, aggiornate al 2014 e riferite ai paesi più industrializzati. Le cifre indicano che il paese europeo, dove i dipendenti lavorano più ore di tutti, è appunto la Grecia e quello dove si lavora di meno è la Germania. La differenza fra ore lavorate dai greci, rispetto ai colleghi tedeschi, è pari a 671 ore, quasi il 50% in più. Fra tutti i paesi industrializzati al mondo, è il Messico che guida la classifica con 2.228 ore all’anno (vedi documento allegato all’articolo).

Il metodo statistico OCSE

È importante tener presente che la classifica dell’OCSE considera i lavoratori a tempo pieno, anche se temporanei, e i lavoratori part time. Pertanto, paesi come l’Olanda o la Germania, che contano su alti livelli di occupazione a tempo parziale, hanno potenzialmente un minor numero di ore per dipendente rispetto ad altri in cui il part time non è molto diffuso.

Il fatto più interessante è che i dati dimostrano che le ore di lavoro per dipendente in Germania sono state ridotte in modo significativo negli ultimi due decenni, mentre in Grecia sono aumentate in modo consistente, anche se il paese ellenico ha il più alto tasso di disoccupazione in Europa.

Il sistema lavoro in Grecia

Il primo paese europeo della lista OCSE è la Grecia, con una media lavorativa pari a 2.042 ore annue per dipendente. La Grecia ha anche un altro primato poco invidiabile: è il paese europeo con il più alto tasso di disoccupazione, pari al 26,6% nel 2014 secondo i dati OCSE. Quindi, in Grecia vivono un orario di lavoro prolungato, per cui all’alta disoccupazione corrisponde, purtroppo, anche una bassa produttività. Solo l’11% della popolazione ha un lavoro che si possa definire ‘stabile’, per cui oggi il part time sta prendendo sempre più piede, anche perché non è facile trovare un impiego a tempo pieno. Ora sono due terzi i greci che lavorano meno di 30 ore settimanali, stabilendo così la più alta percentuale di lavoratori part time fra tutti i paesi monitorati dall’OCSE.

Dove si lavora di meno, si produce di più

All’estremo, rispetto alla Grecia, troviamo i paesi ove si lavorano meno ore all’anno e questi sono concentrati principalmente in Europa centrale e settentrionale. I paesi, in cui si lavora meno di 1.500 ore all’anno di media, sono: Francia, Danimarca, Norvegia, Olanda e Germania. Si tratta, però, di paesi con elevata produttività e con una maggiore presenza industriale. In questi paesi il PIL pro capite è molto più alto rispetto a quelli in cui si lavorano più ore.

Quindi, la chiave del successo è la produttività, ma anche il fatto che esiste un maggior numero di persone che lavorano, anche se lo fanno per meno ore. Questo dato indica che la piena occupazione dovrebbe essere l’obiettivo primario di ogni governo e chi lo può assicurare sono le imprese sane, non le banche o le speculazioni finanziarie. Purtroppo, sembrano essere in pochi a capirlo.

Le differenze fra i settori economici produttivi

La differente composizione settoriale dell’economia, che crea conseguentemente una diversa produttività, fa sì che in Germania l’industria sia il settore determinante e il maggior traino per la sua economia, senza per questo snobbare gli altri settori, mentre la Grecia occupa la maggior parte dei suoi lavoratori in settori definiti ‘poveri’, cioè servizi e commercio. La Grecia produce poca industria e molto turismo, quest’ultimo incrementa l’agricoltura e la produzione alimentare, ma niente oltre a questo. In Germania, il tasso di disoccupazione è del 5% rispetto al 26,6% in Grecia, il che porta i tedeschi alla quasi piena occupazione.

Alla Grecia, quindi, non serve far lavorare di più quei pochi lavoratori occupati, bensì deve creare nuove occasioni di industrializzazione e incentivare quella poca che ancora è rimasta. Per esempio l’industria navale, settore in cui la Grecia era leader mondiale, ormai in declino da anni. Se Atene riceverà aiuti economici, dovrà investire su nuove attività d’impresa industriale e far crescere il turismo, settore che ha sempre mantenuto in equilibrio, pur risultando traballante, la flebile economia greca.

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In Europa chi lavora di più sono i lavoratori greci – AgoraVox Italia

07/07/2015

Povo grego: no nosso Cavani, NÃO!

Filed under: Capacho,Grécia,Oxi,Referendum,Tsipras,Ventríloquo — Gilmar Crestani @ 9:20 am
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OBScena: dedo do FMI no nosso Cavani!

cavaniNão é de admirar que a imprensa brasileira seja esse lixo que temos aí. Eles só tem um lado, como o dedo do caguete,  para analisar. O lado de trás.

A mesma tática revelada pelas lentes indiscretas da Copa América. O FMI é a mão boba do Jara que, disfarçadamente, mete o dedo no nosso Cavani. E aí o colonista dos bancos e da direita tupiniquim entende que a vitória do OXI(não) pode ser explicada pela afluência de público num lugar sempre abarrotado de turistas. Andei a pé, ao pé da Acrópolis, bairro Taberna, desde a praça Sintagma. Está sempre cheia de turistas do mundo todo. Claro que pode haver turistas gregos e atenienses, mas a imensa maioria é de não gregos.

Só a má fé pode justificas esta tentativa canhestra do seu Clóvis de tentar associar o Não à Eurozona pelo Corralito. Até parece que Alexis Tsipras não havia ganho as eleições mesmo sem corralito?! É não ter noção do que seja o povo grego e se deixar levar pelo costume de ser capacho.

Com jornalixos deste naipe entendemos porque FHC não propôs plebiscito para ver se nós brasileiros queríamos pagar o FMI? Hoje entendemos ainda melhor do que na época, em virtude deste viés direitista do PSDB, como se não bastasse o entreguismo vira-lata do José Serra, o triste papel colonista da nossa direita. Nossa elite consegue ser ainda pior do que a grega, e olha que isso parecia algo difícil de acontecer.

Se a elite grega conhecesse o Aécio Neves e o Eduardo CUnha, dois baluartes do golpismo brasileiro, estariam pedido recontagem dos votos e a eleição continuaria enquanto o SIM não vencesse. Pelo menos a elite grega está se submetendo ao voto da maioria. Algo que nossa elite, insuflada serviçais da casa grande como Clóvis Rossi, não consegue entender. CUnha e Neves são os exemplos prontos e acabados para entendermos o ódio a Lula e ao PT. Eles não sabem perder, e sempre contam com um tapetão golpista estendido pelos grupos mafiomidiáticos. O exemplo grego serve de parâmetro desta pilantragem na nossa direita hidrófoba.

Café vazio em Atenas ajuda a explicar voto no ‘não’ dos gregos

CLÓVIS ROSSICOLUNISTA DA FOLHA

A melhor explicação para o "não" dos gregos a acordo com os credores está no movimento do Elaea Cafe, ao pé da Acrópolis, um dos incontáveis –e deliciosos– cafés da não menos deliciosa Atenas.

O movimento despencou desde que o governo Alexis Tsipras fechou os bancos, para evitar que quebrassem, e estabeleceu o "corralito", com o consequente limite diário de € 60 (R$ 209) para retiradas.

Não havia dinheiro, como é óbvio, para passar horas sorvendo um café e lambiscando docinhos –um saudável esporte nacional para os gregos.

O "corralito" violentou, portanto, não só o bolso dos gregos mas um modo de vida (não há espaço aqui para discutir esse modo de vida).

Como, na versão do governo, que pedia o "não", o "corralito" foi imposto por pressão dos credores, votar "não" equivaleria a repudiá-lo e à violência a ele associada.

O problema com o resultado é que não está à vista quando o Elaea voltará a ficar cheio. A reação europeia, de novo inflexível, mostra que a Grécia está hoje como antes do referendo: sem poder ir ao Elaea e inteiramente dependente da boa (ou má) vontade dos credores.

Antes de mais nada, estes precisarão admitir que houve austeridade demais, o que é praticamente consenso entre os analistas que não estejam embriagados de ideologia.

Depois, terão de ouvir Vicky Pryce, conselheiro econômico chefe do Centro para Pesquisas Econômicas e de Negócios, veiculado pela "Economist": Pryce pede "um acordo que reconheça as novas realidades gregas e inclua, como o FMI agora diz, uma reestruturação da dívida que todo economista sabe que é insustentável".

Alexis Tsipras, o primeiro-ministro, incluiu formalmente a reestruturação da dívida como condição essencial para aceitar um acordo.

Se será ouvido ou não, não impede que se reconheça o voto como vitória da democracia. Primeiro pelo simples fato de ter sido convocado. Quando se chega a uma situação aguda, como na Grécia, é mais razoável chamar o eleitorado para decidir que deixar a decisão nas mãos de uns poucos, ainda que tenham sido legitimamente eleitos.

Além disso, a democracia premia quem sintoniza com o sentimento coletivo.

A "rationale" deles deve ter sido a que expôs, nesta segunda (6), Paola Subacchi, diretora de pesquisas sobre economia internacional do centro de pesquisas Chatam House: "Com a taxa de desemprego do país em 25%, com o tamanho da economia 25% menor do que era nos anos pré-crise, com a dívida pública grega em 177% do PIB, quando era de 157% em 2012, por que o povo grego deveria votar ‘sim’? Para que continuassem as mesmas dolorosas e inconclusivas medidas?".

04/07/2015

Alemanha quer transformar Grécia num grande prostíbulo

MACONHA TRIP FHCA gente já viu este filme. O diretor da época, FHC, agia no limite da responsabilidade, menos para comprar a reeleição e assumir o filho da funcionária da Rede Globo, Miriam Dutra. A Alemanha usa métodos muito parecidos com relação à Grécia pré-Syriza. Quem não lembra da entrega da base de Alcântara ou a entrega do SIVAM à Raytheon?! O PROER e tantas outras patifarias, incluindo a venda da Vale do Rio Doce por um valor inferior à concessão de três aeroportos pela Dilma. Com a diferença que a Vale não volta mais mas os aeroportos voltam depois de 20 anos…

A seriedade do então presidente pode ser medida pela imagem que ilustra esta matéria.

La pulseada por las joyas griegas

Luego del primer rescate en 2010, el país helénico fue obligado a diseñar un plan de venta de bienes públicos que cumplió solo parcialmente y que Syriza frenó de hecho cuando llegó al poder. Qué vendieron y qué podrían vender si se fortalecen aún más los acreedores.

Por Fernando Krakowiak

Una de las condiciones que se le impuso a Grecia, antes de aprobar el primer rescate financiero en mayo de 2010, fue que diseñara un plan de privatizaciones que fue negociando con la Comisión Europea, el Banco Central Europeo y el Fondo Monetario Internacional. Para lograr ese objetivo, en junio de 2011 el gobierno del entonces primer ministro Giorgos Papandreu creó el Fondo de Desarrollo de los Activos de la República Helénica (Hradf, según sus siglas en inglés), una sociedad anónima a la que se le transfirieron todas las firmas que se fueron poniendo a la venta, listado que incluyó proveedoras de agua, telefonía, gas, electricidad, los trenes, los aeropuertos, la lotería, el correo, los principales puertos y miles de propiedades y tierras públicas, incluso islas paradisíacas. El objetivo era recaudar 50.000 millones de euros en cuatro años, pero las ventas se fueron demorando y lo conseguido hasta ahora está en torno del 10 por ciento de lo previsto. La llegada al gobierno de la izquierda radical de Alexis Tsipras en enero de este año sumó mayor incertidumbre a ese proceso, porque el líder de Syriza se había manifestado en contra de la liquidación del patrimonio público y, pese a las crecientes presiones, en los últimos cinco meses no avanzó con ninguna privatización. Incluso reabrió la televisora pública ERT que el ex primer ministro Antonis Samaras había cerrado. El referéndum del próximo domingo será clave para el futuro del plan privatizador.

– Telefonía. En marzo de 2008, Deutsche Telekom compró el 20 por ciento de Hellenic Telecommunications Organization (OTE), la telefónica estatal. Fue una inversión estratégica ya que esa firma también tiene intereses en Albania, Serbia, Rumania y Bulgaria. En noviembre de ese año, Deutsche elevó su participación al 25 por ciento, igualando la que conservaba el gobierno griego, y en junio de 2009 el Estado le vendió otro 5 por ciento por 674 millones de euros. En junio de 2011, un año después de la aprobación del primer rescate, los griegos se desprendieron de otro 10 por ciento por 410 millones de euros que utilizaron para devolver parte de las “ayudas” de la Eurozona. De ese modo, la participación de la firma alemana en OTE trepó al 40 por ciento y el Estado se quedó sólo con un 10 por ciento. A su vez, en febrero de 2013 OTE anunció la venta de Hellas Sat, la empresa que gestiona el satélite Hellas Sat 2, a la empresa árabe Arab Sat por 208 millones de dólares.

– Aeropuertos. La firma alemana Fraport AG Frankfurt Airport, junto a la empresa griega Copelouzos, ganó en noviembre de 2014 la licitación para operar durante cuarenta años 14 aeropuertos regionales: Aktio, Chania (isla de Creta), Kavala, Kefalonia, Kerkyra (isla de Corfú), Kos, Mitilini, Mykonos, Rodas, Samos, Santorini, Skiathos, Tesalónica –la segunda mayor ciudad griega– y Zakynthos. El monto de la operación fue de 234 millones de euros, aunque el desembolso recién está previsto para septiembre de este año. Además, en noviembre Hradf vendió 2500 hectáreas del ex aeropuerto internacional de Hellinikon en Atenas a Lamda Development por 915 millones de euros, firma que llevará adelante un emprendimiento inmobiliario en el lugar. El ministro de Energía de Grecia, Panayiotis Lafazanis, del ala dura de Syriza, aseguró en enero que se iban a revisar estas concesiones, pero en la negociación de febrero con las autoridades europeas Grecia dijo que no habrá cambios.

– Agua. El programa de privatización incluyó la venta de las empresas de provisión de agua de Atenas (Eydap) y Tesalónica (Eyath), las dos ciudades principales del país. Hradf designó a HSBC y EFC Equities como asesores financieros para privatizar la firma de Tesalónica y a Credit Agricole CIB y Emporiki Bank para hacer lo mismo con la empresa de Atenas. Sin embargo, la resistencia ciudadana logró frenar la operación, al menos por ahora. El 18 de mayo del año pasado se realizó un referéndum en Tesalónica. El gobierno de Antonis Samaras había prohibido la consulta y amenazó con meter presos a quienes votaran, pero las autoridades locales siguieron adelante y el 98 por ciento (unas 213 mil personas) rechazó la privatización. A su vez, a fines de ese mes un tribunal griego frenó la venta de Eydap en Atenas con el argumento de que constituye un riesgo para la salud pública de la población.

– Trenes. Hradf informó en octubre del año pasado que se le brindó información detallada a tres grupos para la preparación de ofertas destinadas a la adquisición de Trainose, la firma estatal que gestiona los trenes griegos: la rusa RZD, la francesa SNCF y el operador rumano Grup Ferroviar Roman. Además, se detalló que las ofertas de la alemana Siemens y de los consorcios RZD/Gek Terna y Alstom/Damco Energía habían cumplido con los requisitos para la compra de la Compañía Helena de Mantenimiento de Material Rodante. El ministro de Energía Lafazanis dijo en enero que posiblemente no se avanzaran con esas privatizaciones y el tema ahora está en la mesa de negociación con la troika que integran la Comisión Europea, el Banco Central Europeo y el FMI.

– Energía. La importación y distribución del 90 por ciento del gas que consume Grecia está en manos de la empresa DEPA, controlada por el Estado griego. El gobierno llamó a licitación en 2011 para avanzar con la privatización, pero el proceso quedó desierto en junio de 2013 cuando la firma rusa Gazprom se retiró sorpresivamente de la compulsa con el argumento de que el gobierno griego no había ofrecido suficiente información sobre la situación financiera de la empresa, aunque la cuestión geopolítica también influyó porque la troika no simpatiza con Rusia. Luego de ese traspié, las autoridades europeas y el FMI le pidieron en reiteradas ocasiones a Grecia que retome el proceso de venta, pero por ahora continúa pendiente, al igual que la ejecución del plan de reestructuración y privatización de la compañía de electricidad Public Power Corporation (PCC), diseñado por el gobierno de Samaras en 2013. El Estado tampoco se desprendió de las acciones en la petrolera Hellenic Petroleum, donde conserva un 35 por ciento. Lo que sí pudo vender Hradf es el 65 por ciento de la distribuidora de gas Desfa a la petrolera de Azerbaijan Socar por 400 millones de euros, aunque como el Estado sólo tenía el 31 por ciento de las acciones le ingresaron sólo 188 millones de euros.

– Propiedades y tierras. En los últimos años el gobierno comenzó a vender inmuebles y tierras en el centro de la ciudad, zonas costeras, islas e incluso en el extranjero. En marzo de 2013, Hradf convocó a una subasta para la privatización de 28 edificios estatales bajo la modalidad “sale and lease back” (compra y alquiler de vuelta). En octubre de ese año, le adjudicó 14 inmuebles a Pangaea, la filial inmobiliaria del Banco Nacional de Grecia, por 115,5 millones de euros y otras 14 propiedades a Eurobank Properties por 145,8 millones. Ambas firmas le alquilaron esos bienes al Estado por 30 millones de euros anuales. A su vez, el propio Estado se encarga de los gastos de mantenimiento y luego de 20 años tiene la opción de recomprar sus edificios o acordar un nuevo alquiler. Entre los inmuebles están las sedes de los ministerios de Cultura, Interior, Educación, Sanidad y Justicia, del Instituto Nacional de Estadística, de la secretaría de Hacienda y de la Jefatura de Policía de Tesalónica.

Ese mismo año Hradf vendió residencias en Londres, Belgrado, Bruselas y Nicosia por 41 millones de euros y le cedió por 99 años a la firma estadounidense NCH Capital los derechos de explotación de 50 hectáreas con playas incluidas en Kassiopi, al nordeste de la isla de Corfú. NCH desembolsó 23 millones de euros y se comprometió a invertir otros 75 millones para desarrollar el área. A su vez, Hradf anunció en febrero del año pasado que seleccionó la oferta del fondo árabe Jermyn Street Real Estate Fund IV LP para avanzar con la venta de Astir Palace Vouliagmenis, una firma estatal dedicada a la gestión de empresas turísticas y de hotelería. La oferta fue de 400 millones de euros, pero todavía no se concretó la adjudicación. Hradf también vendió un puñado de propiedades por Internet a través de subastas electrónicas. En un informe de junio de 2014, el FMI estimó que el gobierno griego todavía tiene más de 70 mil propiedades disponibles, aunque reconoce que la información sobre esos inmuebles es incompleta y muchos están deteriorados y/o ocupados. Hradf ofrece en su página web un largo listado de propiedades e incluso tierras en distintas islas del país.

– Lotería. El gobierno griego vendió en mayo de 2013 el tercio de las acciones que conservaba en la compañía de lotería pública OPAP al grupo Emma Delta, controlado por el inversor checo Jiri Smejc y el magnate griego Yorgos Melisanidis. De este modo, recaudó 650 millones de dólares. Hasta ahora fue uno de los mayores ingresos que reportó el proceso de privatización.

– Puertos. El gobierno de Samaras avanzó con la privatización del complejo portuario de El Pireo, donde posee el 67 por ciento de las acciones, y también del puerto de Tesalónica, donde conserva otro 67 por ciento. Apenas asumió, Tsipras frenó esa privatización, pero en marzo el viceprimer ministro griego, Yannis Dragasakis, aseguró durante una gira por China que esas privatizaciones continuarán. El anuncio no fue casual, pues el grupo chino Cosco es uno de los interesados en El Pireo. Sin embargo, hasta el momento la venta no se concretó.

fkrakowiak@pagina12.com.ar

Página/12 :: El mundo :: La pulseada por las joyas griegas

01/07/2015

Habermas, um clássico alemão pró-gregos

Creta - A Batalha e Resistência na Segunda Guerra MundialEstive duas vezes na Grécia. Guardo até hoje em minha carteira uma nota de 100 dracmas, a moeda mais antiga incinerada pelo Euro, como lembrança de minha primeira visita.  Na segunda vez, o Euro já era moeda corrente. E tudo estava mais caro. A parcela mais pobre empobrecia, a parte mais rica, enriquecia. A elite grega adotava, como se vê claramente, na aliança golpista jurídico-midiática brasileira, um velho brocardo jurídico: “dar a cada um o que é seu; ao rico a riqueza, ao pobre a pobreza”.

Na República Tcheca, onde o Euro não havia entrado, tudo era mais barato. O Euro foi muito bom para economia consolidadas como a alemã. Ângela Merkel, com seu Deutsche Bank fez mais pelo engrandecimento econômico alemão do que os panzers de Hitler. Que blitzkrieg  que nada, foi usando o banco central alemão que a Europa se ajoelhou à Alemanha.

Para quem quiser entender a resistência grega à subjugação do FMI há de ter um mínimo de conhecimento da história daquele povo. Não foram somente os 300 de Esparta que resistiram ao Império Persa. Da série de livros do historiador militar inglês, Antony Beevor, sobre a Segunda Guerra Mundial, recomendo o volume, para quem quer entender de onde sai a força do Syriza, que trata da Resistência grega naquela ilha, Creta: batalha e resistência na Segunda Guerra Mundial 1941/1945, disponível para download na internet.

Não foi a elite grega que resistiu. Foi o sentimento nacionalista do povo. Beevor pinta, de forma  muito feliz, as cores do povo cretense assim: “O caráter cretense, belicoso, orgulhoso, de generosidade compulsiva diante  de um amigo ou estranho em necessidade, ferozmente incapaz de perdoar um inimigo ou traidor, frugal no cotidiano mas pródigo nas comemorações era, naturalmente, muito influenciado pela paisagem de contrastes dramáticos em que viviam os ilhéus.”

A dívida alemã para com a Grécia é incomensurável. A Alemanha, sim, deveria ser condenada a pagar a dívida da Grécia pelos prejuízos humanos e materiais causados durante a Segunda Guerra Mundial. E até em agradecimento pelos sucessivos roubos feitos ao longo da história, como conta o próprio banqueiro alemão, Heinrich Schliemann, no livro que escreveu sobre a descoberta de Tróia (Ítaca, o Peloponeso e Tróia). Os sucessivos saques do eurocêntrico à Grécia também estão documentados no livro Os mármores de Elgin, a respeito dos  frisos do Partenon que estão no Museu Britânico. Hoje, há mais obras gregas fora do que na Grécia. O museu britânico tem mais peças sobre a Grécia que o museu nacional de Atenas.

E se tudo isso não bastasse, há o uso da cultura legada pelos gregos, sem pagar um centavo de royalties.

Habermas defende postura da Grécia

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Filósofo e escritor alemão, Jürgen Habermas diz que "são os cidadãos, não os banqueiros, que têm de dizer a última palavra sobre as questões que afetam o destino europeu"; "o acordo não está fracassando por causa de alguns bilhões a mais ou a menos, nem por causa de um ou outro imposto, mas unicamente porque os gregos exigem que a economia e a população explorada pelas elites corruptas tenham a possibilidade de voltar a funcionar através da quitação da dívida ou uma medida equivalente, como, por exemplo, uma moratória dos pagamentos vinculada ao crescimento"

1 de Julho de 2015 às 08:05

Por Instituto Humanitas Usininas

“São os cidadãos, não os banqueiros, que têm de dizer a última palavra sobre as questões que afetam o destino europeu”. O comentário é de Jürgen Habermas, filósofo e escritor alemão em artigo publicado no jornal no El País, 28-06-2015. Habermas lembra que “a Alemanha deve o impulso inicial para sua decolagem econômica, do qual ainda se alimenta hoje, à generosidade dos países credores que no Tratado de Londres, de 1954, perdoaram mais ou menos a metade de suas dívidas”.

Segundo ele, “o acordo não está fracassando por causa de alguns bilhões a mais ou a menos, nem por causa de um ou outro imposto, mas unicamente porque os gregos exigem que a economia e a população explorada pelas elites corruptas tenham a possibilidade de voltar a funcionar através da quitação da dívida ou uma medida equivalente, como, por exemplo, uma moratória dos pagamentos vinculada ao crescimento”.

Eis o artigo.

A última sentença do Tribunal de Justiça Europeu [que permite ao Banco Central Europeu (BCE) comprar dívida soberana para combater a crise do euro] lança uma luz prejudicial sobre a falida construção de uma união monetária sem união política. No verão de 2012, todos os cidadãos tiveram que agradecer a Mario Draghi, presidente do BCE, que com uma só frase [“farei o necessário para sustentar o euro”] salvou a moeda das desastrosas consequências de um colapso que parecia iminente. Ele tirou do sufoco o Eurogrupo ao anunciar que, caso fosse preciso, compraria dívida pública em quantidade ilimitada. Draghi teve que dar um passo à frente porque os chefes de Governo eram incapazes de agir pelo interesse comum da Europa; todos estavam hipnotizados, prisioneiros de seus respectivos interesses nacionais.

Naquele momento, os mercados financeiros reagiram – diminuindo a tensão – diante de uma única frase, a frase com a qual o presidente do BCE simulou uma soberania fiscal que absolutamente não possuía. Porque agora, assim como antes, são os bancos centrais dos países-membros os que aprovam os créditos, em última instância. O Tribunal Europeu não pode referendar essa competição contrária ao texto literal dos tratados europeus; mas as consequências de sua sentença deixam implícito que o BCE, com escassas limitações, pode cumprir o papel de credor de última instância.

O tribunal abençoou um ato salvador que não obedece em nada à Constituição, e o Tribunal Constitucional alemão apoiará essa sentença acrescentando as sutilezas às quais estamos acostumados. Alguém poderia estar tentado a afirmar que os guardiões do direito dos tratados europeus se veem obrigados a aplicá-lo, ainda que indiretamente, para mitigar, caso a caso, as consequências indesejadas das falhas de construção da união monetária. Defeitos que só podem ser corrigidos mediante uma reforma das instituições, conforme juristas, cientistas políticos e economistas vêm demonstrando há anos. A união monetária continuará sendo instável enquanto não for complementada pela união bancária, fiscal e econômica. Mas isso significa – se não quisermos declarar abertamente que a democracia é um mero objeto decorativo – que a união monetária deve se desenvolver para se transformar em uma união política. Aqueles acontecimentos dramáticos de 2012 explicam por que Draghi nada contra a corrente de uma política míope – até mesmo insensata, eu diria.

Estamos outra vez em crise com Atenas porque, já em maio de 2010, a chanceler alemã se importava mais com os interesses dos investidores do que com quitar a dívida para sanar a economia grega. Neste momento, evidencia-se outro déficit institucional. O resultado das eleições gregas representa o voto de uma nação que se defende com uma maioria clara contra a tão humilhante e deprimente miséria social da política de austeridade imposta ao país. O próprio sentido do voto não se presta a especulações: a população rejeita a continuação de uma política cujo fracasso as pessoas já sentiram de forma drástica em suas próprias peles. De posse dessa legitimação democrática, o Governo grego tentou induzir uma mudança de políticas na zona do euro. E tropeçou em Bruxelas com os representantes de outros 18 Governos, que justificam sua recusa remetendo friamente a seu próprio mandato democrático.

Recordemos os primeiros encontros, quando os novatos – que se apresentavam de maneira prepotente motivados por sua vitória arrebatadora – ofereciam um grotesco espetáculo de troca de golpes com os residentes, que reagiam em parte de forma paternalista, em parte de forma desdenhosa e rotineira. Ambas as partes insistiam como papagaios que tinham sido autorizadas cada uma por seu respectivo “povo”. A comicidade involuntária desse estreito pensamento nacional-estatal expôs com grande eloquência, diante da opinião pública europeia, aquilo que realmente é necessário: formar uma vontade política comum entre os cidadãos em relação com as transcendentais fraquezas políticas no núcleo europeu.

As negociações para se chegar a um acordo em Bruxelas travam porque ambas as partes culpam a esterilidade de suas conversas não às falhas de construção de procedimentos e instituições, mas sim à má conduta de seus membros. O acordo não está fracassando por causa de alguns bilhões a mais ou a menos, nem por causa de um ou outro imposto, mas unicamente porque os gregos exigem que a economia e a população explorada pelas elites corruptas tenham a possibilidade de voltar a funcionar através da quitação da dívida ou uma medida equivalente, como, por exemplo, uma moratória dos pagamentos vinculada ao crescimento.

Os credores, por outro lado, não cedem no empenho para que se reconheça uma montanha de dívidas que a economia grega jamais poderá saldar. É indiscutível que a quitação da dívida será irremediável, a curto ou a longo prazo. No entanto, os credores insistem no reconhecimento formal de uma carga que, de fato, é impossível de ser paga. Até pouco tempo atrás, eles mantinham inclusive a exigência, literalmente fantástica, de um superávit primário superior a 4%. É verdade que essa demanda foi baixada para 1%, que tampouco é realista. Mas, até o momento, a tentativa de se chegar a um acordo, do qual depende o destino da União Europeia, fracassou por causa da exigência dos credores de sustentar uma ficção.

Naturalmente, os países doadores têm razões políticas para sustentá-la, já que no curto prazo isso permite adiar uma decisão desagradável. Temem, por exemplo, um efeito dominó em outros países devedores. E Angela Merkel também não está segura de sua própria maioria no Bundestag. Mas não há nenhuma dúvida quanto à necessidade de rever uma política equivocada à luz de suas consequências contraproducentes. Por outro lado, também não se pode culpar apenas uma das partes pelo desastre. Não posso julgar se há uma estratégia meditada por trás das manobras táticas do Governo grego, nem o que deve ser atribuído a imposições políticas, à inexperiência ou à incompetência dos negociadores. Essas circunstâncias difíceis não permitem explicar por que o Governo grego faz com que seja difícil até mesmo para seus simpatizantes discernir um rumo em seu comportamento errático.

Não se vê nenhuma tentativa razoável de construir coalizões; não se sabe se os nacionalistas de esquerda têm uma ideia um tanto etnocêntrica da solidariedade e impulsionam a permanência na zona do euro apenas por razões de astúcia, ou se sua perspectiva vai além do Estado-nação. A exigência de quitação da dívida não basta para despertar na parte contrária a confiança de que o novo Governo vá ser diferente, de que atuará com mais energia e responsabilidade do que os Executivos clientelistas aos quais substituiu. Tsipras e o Syriza poderiam ter desenvolvido o programa reformista de um Governo de esquerda e apresentá-lo a seus parceiros de negociação em Bruxelas e Berlim.

A discutível atuação do Governo grego não ameniza nem um pouco o escândalo de que os políticos de Bruxelas e Berlim se negam a tratar seus colegas de Atenas como políticos. Embora tenham a aparência de políticos, eles só falam em sua condição econômica de credores. Essa transformação em zumbis visa a apresentar a prolongada situação de insolvência de um Estado como um caso apolítico próprio do direito civil, algo que poderia levar à apresentação de ações ante um tribunal. Dessa forma, é muito mais fácil negar uma corresponsabilidade política.

Merkel fez o Fundo Monetário Internacional (FMI) embarcar desde o início em suas duvidosas manobras de resgate. O FMI não tem competência sobre as disfunções do sistema financeiro internacional; como terapeuta, vela por sua estabilidade e, portanto, atua no interesse conjunto dos investidores, principalmente dos investidores institucionais. Como integrantes da troika, as instituições europeias também se fundem com esse ator, de tal forma que os políticos, na medida em que atuem nessa função, podem se restringir ao papel de agentes que se regem estritamente por normas e dos quais não se podem exigir responsabilidades.

Essa dissolução da política na conformidade com os mercados pode explicar a falta de vergonha com a qual os representantes do Governo federal alemão, todos eles pessoas sem mácula moral, negam sua corresponsabilidade política nas devastadoras consequências sociais que aceitaram, como líderes de opinião no Conselho Europeu, por causa da imposição de um programa neoliberal de austeridade. O escândalo dentro do escândalo é a cegueira com que o Governo alemão percebe seu papel de liderança. A Alemanha deve o impulso inicial para sua decolagem econômica, do qual ainda se alimenta hoje, à generosidade dos países credores que no Tratado de Londres, de 1954, perdoaram mais ou menos a metade de suas dívidas.

Mas não se trata de um escrúpulo moral, e sim do núcleo político: as elites políticas da Europa não podem continuar se escondendo de seus eleitores, ocultando até mesmo as alternativas ante as quais nos coloca uma união monetária politicamente incompleta. São os cidadãos, não os banqueiros, que têm de dizer a última palavra sobre as questões que afetam o destino europeu.

Habermas defende postura da Grécia | Brasil 24/7

Grécia vive o momento Brasil de FHC

Filed under: Colonialismo,FHC,FMI,Grécia — Gilmar Crestani @ 8:46 am
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Quem quiser ter uma ideia de como era o Brasil no tempo em que o amante de Miriam Dutra ocupava o Planalto em nome da Rede Globo basta observar o que está acontecendo na Grécia. Um espirro de um tigre asiático levava o Brasil a passar o pires no FMI. Crise no México, lá ia FHC de calças arriadas pedir dinheiro para deixar lá como pagamento da dívida. Voltava com os fundilhos ainda mais rotos. A subserviência foi tanta que os diplomatas brasileiros tinham de tirar os sapatos para entrar no EUA.

É isso que os bandidos golpistas querem de volta ao Brasil. O método é, enquanto gritam “pega ladrão”, ir passando a mão leve no erário da viúva.

A Rayuela de FHC!

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Grécia é primeiro país desenvolvido a dar calote no FMI

Governo do primeiro-ministro Alexis Tsipras não paga dívida de € 1,6 bi; programa de socorro do BCE expira

País fica impedido de receber novos recursos do Fundo enquanto estiver devedor; medo de colapso se agrava

LEANDRO COLONENVIADO ESPECIAL A ATENAS

A expectativa se confirmou, e a Grécia não pagou a dívida de € 1,6 bilhão com o FMI (Fundo Monetário Internacional) vencida nesta terça-feira (30), transformando-se no primeiro país desenvolvido a dar um calote no Fundo.

Segundo o FMI, o país fica impedido de receber novos financiamentos enquanto estiver devedor. O drama aumenta porque expirou também o socorro de € 245 bilhões dado pelo FMI e pelo BCE (Banco Central Europeu): os gregos ficaram pela primeira vez desde 2010 sem ajuda financeira externa.

O temor de um colapso econômico gera apreensão pelas ruas de Atenas, capital de um país com o maior desemprego da Europa (25%) e dívida pública de quase 180% do PIB.

Os bancos seguem fechados em razão do controle de capital (restrição para transações financeiras, com limite no saque em caixas automáticos) imposto pelo governo há dois dias para evitar a insolvência de suas instituições.

PROTESTO E PLEBISCITO

Um grande protesto ocorreu à noite no centro de Atenas a favor de um acordo com os credores, aumentando a pressão sobre o governo do primeiro-ministro Alexis Tsipras, do partido de esquerda Syriza, eleito em janeiro.

Um plebiscito foi convocado para o domingo (5) para aprovar ou não um acordo.

O problema é que, em tese, a proposta em votação –medidas discutidas até sexta passada– não existe mais.

Tsipras tentou uma última cartada na tarde desta terça: propôs estender o prazo do programa de resgate, que expirou ontem. Sem essa extensão, eles perdem o direito de receber a última parcela (de € 7,2 bilhões), necessária para pagar ao FMI, ao funcionalismo e aos pensionistas.

Pediu ainda um socorro de dois anos ao ESM (Mecanismo Europeu de Estabilização Financeira), fundo vinculado à União Europeia e que foi criado há três anos depois que a crise grega contaminou outros países da região.

Não deu certo. Os ministros de Finanças do bloco da moeda única, que tem 19 países incluindo a Grécia, negaram a prorrogação. O bloco avisou que deve rediscutir o novo socorro nesta quarta (1º), mas não deu brecha para salvar o país do calote.

O governo da Alemanha se posicionou imediatamente contra o socorro emergencial. A chanceler Angela Merkel quer esperar o plebiscito porque aposta na vitória do "sim", a favor de uma negociação com a zona do euro, enfraquecendo o premiê grego, que faz campanha pelo "não". Na segunda (29), Tsipras, que faz campanha abertamente pelo "não", insinuou que pode renunciar se o "sim" vencer.

Como ainda está aberta a negociação para um novo socorro até sexta-feira (3), não se descarta que o plebiscito seja cancelado –por ora, no entanto, está mantido.

O calote no FMI é o capítulo mais dramático de uma novela de cinco meses de negociação, em que credores exigiam medidas de austeridade fiscais não aceitas pela Grécia. Tsipras foi eleito com discurso contrário a esses cortes, negociados pelos governos de centro-direita durante a crise que atingiu o país nos últimos anos.

Ele chegou a propor um ajuste, considerado insuficiente. As negociações romperam-se de vez no sábado (27), depois que o premiê anunciou na noite anterior a decisão de convocar um plebiscito para o dia 5.

23/12/2014

Desinventando o jornalismo

aecio-sampaioOs mesmos interessados que desestabilizaram a Líbia, Egito, Síria, Ucrânia, que tentaram na Turquia, na Venezuela e no Brasil, são os mesmos que tentam manipular na Grécia. Por trás e na frente de todos, a CIA, os EUA, o capital financeiro internacional e as petroleiras. O que espanta é a desfaçatez, a idiotice da manipulação mais grosseira, como se fôssemos broncos, sem qualquer capacidade de discernimento.

Não é a Grécia que desinventa a democracia, mas a mídia de desinventa a informação. Informação só é válida se atende aos interesses de quem a finanCIA. A seleção do que se vai falar ou de que se vai calar é puramente ideológica e atende exclusivamente aos interesses dos donos dos meios de comunicação. O famoso Escândalo da Parabólica, envolvendo Rubens Ricúpero e Carlos Monforte, na Rede Globo, é emblemático do que estou dizendo.

Por que não traçar um paralelismo entre o que estão tentando fazer na Grécia com o que Carlos Sampaio & Aécio Neves estão tentando fazer no Brasil? Por que lá é desinvenção da democracia e o que estes dois palhaços estão tentando fazer no Brasil não é?!

CLÓVIS ROSSI

Grécia ‘desinventa’ a democracia

Risco de que a esquerda ganhe uma eventual eleição geral leva a manobras nada limpas ou democráticas

Atenas pode ter inventado a democracia, mas, agora, dirigentes gregos (e os mercados financeiros internacionais) estão em plena campanha terrorista para evitar que se pratique o mais simbólico ato democrático, que é o de votar.

Por partes:

1 – O Parlamento grego está votando para escolher um novo presidente. São necessários 200 votos, dos 300 congressistas, para que um candidato se eleja.

2 – O candidato da coalizão governista obteve, na primeira votação, apenas 160 votos. Nesta terça-feira, 23, faz-se a segunda votação, com idêntico quórum.

3 – Se de novo não forem alcançados os 200 votos, a porcentagem mínima cai para 180 na terceira e última votação, a se realizar dia 29.

4 – Se nem assim for eleito um presidente, é obrigatória a convocação de eleições gerais, estas sim destinadas a escolher quem governa, já que o presidente é uma figura apenas cerimonial.

Eleições, para meu gosto, são sempre a solução, não um problema.

Mas para a Grécia, presa no labirinto de sua formidável crise, convocar eleições gerais equivale a entregar o poder a uma certa Syriza (Coligação de Esquerdas), conforme demonstram todas as pesquisas.

E a Syriza é virulentamente contra o programa de austeridade implantado nos últimos anos e tido como responsável por um retrocesso econômico inédito em país que não enfrentou uma guerra.

A economia retrocedeu 25% nesses cinco anos de crise, o desemprego saltou de 8,3% para 27% e a dívida pública mantém-se em números assustadores (€ 322 bilhões, cerca de 170% do PIB).

A Syriza quer renegociar a dívida e implantar um programa de gastos sociais de cerca de € 11,6 bilhões –condições que são um anátema para os credores e para a troika (Banco Central Europeu, Fundo Monetário Internacional e Comissão Europeia), a verdadeira gestora da economia local.

Para evitar que a eleição seja antecipada (o normal seria realizá-la em junho de 2016), o governo do conservador Antonis Samaras (Nova Democracia) está fazendo o diabo. Literalmente.

Segundo denúncia de um deputado do grupo Gregos Independentes, um intermediário supostamente em nome do governo ofereceu suborno para que votasse a favor de Stavros Dimas, o candidato oficialista à Presidência. O governo nega, como é fácil de imaginar.

Mas Samaras também tentou adoçar a boca dos congressistas ao prometer que, se elegerem um presidente (mesmo que não seja Dimas), antecipa a eleição geral para o fim de 2015, em vez de fazê-la no início do ano, como seria de regra caso não se consiga eleger o presidente.

Espera, com esse intervalo, que se consolide a tímida e incipiente recuperação da economia grega, o que, em tese, tiraria votos da Syriza.

É uma aposta nada democrática, mas que se explica pelos números de outra pesquisa, do Pew Research Center (EUA): 95% dos gregos se dizem insatisfeitos com a maneira como andam as coisas em seu país.

Votar na coligação que promete mudá-las radicalmente seria muito natural –e democrático.

crossi@uol.com.br

06/07/2014

Vira-lata é grego pra mim

gregoTenho um livro com este título: “Isso é grego pra mim”. Esta expressão está na tragédia Júlio Cesar, de Sheakespeare, Cena II do Ato I: “Casca diz: … quanto ao que me tocava,era grego para mim”.

Há horas venho falando que a Copa virou, por ignorância cultural, o “calcanhar de Aquiles” da direita tupiniquim. O episódio dos Reis dos Camarotes Vip do Itaquerão é apenas mais um episódio.

É por demais óbvio constatar que os gregos do século V a. C. eram mais evoluídos culturalmente que nossos coxinhas do século XXI. Os gregos paravam as guerras e se reuniam em Olímpia para desfrutarem de um tempo de paz praticando esportes e torneios culturais entorno de assuntos comuns. Também tinham outros festivais, como as Dionisíacas, que os romanos transformaram em festas de Baco, os modernos, em bacanais, e nós em Fan Fest…

Quando o Barão de Coubertin ressuscitou os Jogos Olímpicos o objetivo era esse mesmo: proporcionar aos tempos modernos o congraçamento entre os povos. O conhecimento, o intercâmbio de experiências e culturas poderia acabar com guerras derivadas de preconceitos e rivalidades inúteis.

Para a direita brasileira, a falta de votos virou Calcanhar de Aquiles para voltar ao poder. Por isso, ao invés de proporem algo novo que melhore a vida de todos, preferem espalhar ódio, medo e inveja.

A destruição do outro é sua única construção, mas o povo já percebeu, pelo menos desde que a velha mídia nos enfiou goela abaixo Collor de Mello, que a direita só oferece “presente de grego”…

LEOPOLD NOSEK

TENDÊNCIAS/DEBATES

Sófocles, Dionísio, Messi e Neymar

O futebol é o teatro grego atual: tem eficácia simbólica para representar a vida. A regra será o erro, e dois ou três acertos serão suficientes

Tenho alguns amigos, poucos e dignos de perdão –após seu arrependimento, claro–, que desdenham da Copa e se referem a essa maravilha como um desprezível pão e circo alienante. Chegam a advogar a torcida contra o Brasil, cuja derrota funcionaria como remédio para que o povo, caindo em si, vote consciente. Arautos da falência brasileira esperaram em vão os estádios caindo, os aeroportos em caos e manifestações a confirmar suas opções. Não vejo nada disso. Mas não discutirei política; falarei como corintiano irrecuperável que sou.

Tomei um avião, em 2000, para o Rio de Janeiro para ver meu time ser campeão mundial interclubes e usufruí do prazer de ver meus manos, para pedirem uma cerveja, chamarem a aeromoça de cobradora. Fui ao Japão e vi a galera gastar seu inglês ao gritar "fok iou, Chelsi".

Como psicanalista, me perguntam como explicar o choro, o nervosismo, a catarse. Como poderia ser diferente? Futebol não é pão e circo. Com mais propriedade, pode ser considerado um festival dionisíaco ou uma competição teatral no século de Péricles. Os espectadores não assistiam a esses concursos circunspectos e silenciosos como os bem pensantes o fazem hoje. Sófocles, Ésquilo e Eurípides eram ruidosamente aplaudidos e apupados, inclusive em cena. Torcia-se, reclamava-se. Juízes eram xingados, tal como no futebol.

Quando o cronista esportivo Aristóteles tabulou as regras de como se devia praticar o esporte dramático, praticamente todas as tragédias já haviam sido escritas. Aparentemente, tudo continua igual. Hoje entramos noite adentro tecendo teorias em relação ao drama que já acorreu e cada cronista sabe melhor como se deveria ter jogado.

Ouso dizer que o futebol é o teatro grego atual: tem eficácia simbólica para representar a vida. Sobre a alegoria dionisíaca carnavalesca, possui a vantagem de não ter um enredo fixo e, tal como na vida, a repetição é impossível. Assim, a épica do acontecimento e seus heróis será comentada em verso e discussões madrugada adentro por décadas, estendendo-se o debate pelas gerações futuras. Obrigatoriamente, temos que nos interrogar acerca da eficácia simbólica do futebol.

Em primeiro lugar, o momento definidor: futebol se joga com os pés. O pé é obviamente impróprio para lidar com uma bola que pesa 450 gramas e corre sobre a grama, irregular. Próprias são as mãos, mas seu uso configura impropriedade que, se reiterada, pode custar a expulsão. A resultante maravilhosa é que, à medida que é praticado com órgãos impróprios, a regra será o erro. O zero a zero não é estranho, e dois ou três acertos serão suficientes. Não é uma mimese da vida? Além de o acerto ser exceção, outras características imitam o cotidiano: o melhor não ganha do pior necessariamente. Nem os bons são recompensados, nem os ímpios queimam no inferno. Pode acontecer, mas não é a regra.

Como Freud definiu, há o instinto de vida e o de morte, e esses conceitos marcam sua presença nos campos. Para quem duvida, aí está o impactante gol contra. Alguém já viu esse episódio suicida no basquete, no vôlei, beisebol ou tênis?

A sorte tem lugar essencial. Temos o arbítrio, mas as moiras indefiníveis estão presentes, e a bola bate na trave levando a vida ao inescrutável. Não podemos deixar de sorrir, lembrando o mestre vienense e sua obsessão pela sexualidade, que o objetivo é meter a bola na rede. Não deixa de ser um ato incestuoso, definitivamente edipiano, o gol contra. A culpa é avassaladora.

O futebol também ilumina o mundo e a globalização: não conheço muitos dos jogadores da nossa pátria, jogam no exterior. As fronteiras se desfizeram. Restou um fundamentalismo patriótico, felizmente na Copa, efêmero e lúdico. A imagem se tornou soberana e milionária. Os clubes se tornaram empresas, a Fifa uma multinacional, os cronistas são pessoas jurídicas e nós continuamos fornecendo matéria-prima.

Poderíamos estender muito o espaço da importância do jogo simbólico subjetivo, mas isso não é novidade. Uma eliminação causará luto, e se ainda nos perguntarmos acerca do choro, é simples: acomete quem vê a morte de perto.

PS: O artigo já estava escrito quando ficou esclarecido para mim o episódio Neymar. Como no teatro grego, também ocorre no futebol o inominável, o que os deuses não perdoam, o que ultrapassa o humano e deve ser excluído. Força, Neymar!

LEOPOLD NOSEK, 67, psiquiatra pela Faculdade de Medicina da USP, é psicanalista e ex-presidente da Federação Psicanalítica da América Latina

18/02/2014

Não há corrupção sem corruptor

Filed under: Crise Financeira Européia,Deutsche Bank,Grécia — Gilmar Crestani @ 6:59 am
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Só e somente quando os corruptores forem punidos a corrupção terá alguma chance de diminuir.  Os países ditos desenvolvidos não o seriam sem a corrupção. Quanto não é pelas armas, o roubo se dá por outras vias.

Atenas investiga corrupção

Por SUZANNE DALEY

ATENAS – Quando Antonis Kantas, vice-diretor no Ministério da Defesa da Grécia, falou abertamente contra a compra de dispendiosos tanques alemães, em 2001, um representante da fábrica passou por seu gabinete para deixar uma sacola. Continha € 600 mil, cerca de US$ 814 mil. Outros fabricantes de armamentos apareceram também, alguns se oferecendo para guiá-lo pelos meandros do sistema financeiro internacional e o recompensando com depósitos em contas no exterior.

Na época, Kantas, um ex-oficial militar, não tinha autoridade para decidir muita coisa por conta própria. Mas a corrupção era tão disseminada dentro do Ministério da Defesa que mesmo um homem com uma posição modesta como a sua, segundo um depoimento recente dele, foi capaz de acumular quase US$ 19 milhões em apenas cinco anos no cargo.

Os gregos estão calejados de tanto ouvir histórias de corrupção. Mas, mesmo assim, ficaram paralisados diante das confissões de Kantas desde sua recente prisão por acusações que incluem lavagem de dinheiro e comportamento prejudicial à nação.

Nunca antes um alto funcionário tinha exposto tão amplamente o sistema de compensações oferecidas por serviços dentro de um ministério grego. Kantas disse aos promotores que havia recebido tantos subornos que não era possível lembrar os detalhes.

A confissão de Kantas, estimulada por sua esperança de que obteria maior indulgência da Justiça se contasse tudo, com base em uma nova lei, fez com que muitos gregos ficassem esperançosos de que finalmente testemunhariam o começo do fim da corrupção ilimitada que contribuiu para mergulhar a Grécia em sua crise atual.

No entanto, à medida que os detalhes emergem, o caso alimenta uma indignação ainda maior, especialmente em relação à Alemanha, que repreendeu a Grécia pelo caos financeiro em que se encontra. O depoimento de Kantas, se verídico, mostra como fabricantes de armas da Alemanha, França, Suécia e Rússia entregavam propinas para vender ao governo armamentos que o país mal tinha condições de pagar e que, dizem especialistas, em muitos casos estavam superfaturados e abaixo do padrão de qualidade.

Os € 600 mil compraram o silêncio de Kantas sobre os tanques, que foram classificados como de pouco valor, de acordo com Constantinos Fraggos, especialista em questões militares gregas. A Grécia adquiriu 170 desses tanques por cerca de US$ 2,3 bilhões.

Contribuindo para o absurdo dessa aquisição (feita quase totalmente a crédito), o ministério não comprou praticamente nenhuma munição para as armas, disse Fraggos. Adquiriu ainda aviões de combate sem sistemas de orientação e pagou mais de US$ 4 bilhões por submarinos que hoje estão praticamente abandonados. No auge da crise, quando não estava claro se a Grécia seria expelida da zona do euro, e bem antes de os submarinos terem sido concluídos, o Parlamento grego aprovou um pagamento final de US$ 407 milhões pelos submarinos alemães.

"Em primeiro lugar, você tem de culpar o sistema podre da Grécia", disse Fraggos. "Mas os vendedores têm grande parte nisso. Eles subornavam autoridades e emprestavam dinheiro para um país quase falido, para assim poderem vender seus produtos."

Na esteira do primeiro depoimento de Kantas, em dezembro, promotores efetuaram mais prisões, incluindo a de um subempreiteiro no negócio do submarino alemão, que forneceu à Justiça detalhes de contas que usou para transferir cerca de US$ 95 milhões em pagamentos "úteis".

Algumas empresas citadas por Kantas haviam sido condenadas em outros casos de suborno. Mas outras alegam que não fizeram nada de errado. A Krauss-Maffei Wegmann, fabricante dos tanques, diz estar examinando o caso.

Mas a polícia acredita que Kantas sabe mais e pode ter mais dinheiro guardado. "Ele não nos falou nada que já não soubéssemos", disse um investigador. "Ele tem de nos contar o resto."

Colaborou Nikolas Leontopoulos

    01/02/2014

    A crise econômica grega é filha da crise moral europeia

    Filed under: Crise Financeira Européia,Grécia — Gilmar Crestani @ 10:02 am
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    Berlín y París incumplen con Grecia

    Las actas confidenciales del FMI de mayo de 2010 revelan que la banca alemana y francesa se deshizo de la deuda griega pese a las promesas de sus Gobiernos

    Luis Doncel Bruselas 1 FEB 2014 – 00:00 CET386

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    Un grupo de manifestantes ante la sede del parlamento griego en una huelga general celebrada en noviembre de 2012. / yannis behrakis  (Reuters)

    Alemania, Francia y Holanda, en uno de los peores momentos de la crisis del euro, se comprometieron a que sus bancos apoyarían a Grecia y no se desharían de deuda helena. Era una de las bazas con la que jugaban para tratar de vencer las importantes resistencias en el seno del Fondo Monetario Internacional (FMI) a conceder el mayor paquete de préstamos de su historia, según las actas de este organismo del 10 de mayo de 2010, a las que ha tenido acceso EL PAÍS. Pero los tres socios europeos incumplieron su palabra, agravando así la crisis. Nada más aprobarse el plan de ayuda para un país al borde de la bancarrota, las entidades financieras empezaron a deshacerse de unos títulos que quemaban las manos.

    Las decisiones que hace cuatro años se tomaron en despachos de Bruselas, Washington y Fráncfort han dejado una profunda huella en el sur de Europa. Nacía entonces una troika de acreedores (Comisión Europea, FMI y BCE) que impuso recortes y reformas a cambio de préstamos primero a Atenas, y más tarde a Dublín, Lisboa y Nicosia. Las actas confidenciales del directorio del FMI del mismo día del rescate muestran que las divergencias y las dudas sobre el éxito del plan empezaron ya aquel 10 de mayo.

    El documento es fundamental no solo por mostrar a las claras las críticas que países como China, Australia, Argentina o Brasil presentaron desde el principio. El tiempo transcurrido pone en perspectiva los argumentos que su usaron para que el organismo que entonces encabezaba Dominique Strauss-Kahn desembolsara 30.000 millones de euros. “Los representantes holandés, francés y alemán transmitieron el compromiso de que sus bancos comerciales seguirían apoyando a Grecia y manteniendo su exposición”, asegura el documento “estrictamente confidencial”. Pero los datos demuestran justo lo contrario.

    Las decisiones que hace cuatro años se tomaron en despachos de Bruselas, Washington y Fráncfort han dejado una profunda huella en el sur de Europa.

    Los bancos de los tres países tenían en el primer trimestre de 2010, antes del rescate, más de 122.000 millones de dólares en deuda helena. A pesar de los compromisos de sus Gobiernos, los bancos alemanes, franceses y holandeses deshicieron posiciones sin dudar. Vendieron a toda prisa, echando gasolina sobre la crisis griega y ayudando a que se propagara. A finales del año pasado, esta cifra había caído un 72%, hasta quedar ligeramente por debajo de los 34.000 millones.

    Cuando a principios de 2012 se hizo evidente que Grecia se encaminaba de nuevo a la quiebra y la troika aprobó al mismo tiempo un segundo rescate y una quita en la deuda de los acreedores privados, las entidades alemanas, francesas y holandesas atesoraban 66.000 millones en títulos griegos, casi la mitad de lo que tenían cuando dos años antes habían asegurado mantener su apoyo a la deuda helena.

    El compromiso franco-alemán-holandés no fue la única intervención europea. Alemania, Bélgica, España, Francia, Holanda y Dinamarca emitieron un comunicado conjunto en el que apoyaban que el FMI prestara dinero a Grecia.

    Muchas de las dudas de los miembros del Fondo han terminado por convertirse en realidad. “Algunos representantes (China, Egipto y Suiza) insisten en el riesgo de que los análisis conjuntos acaben revelando diferencias de criterio entre las tres instituciones representadas”, señalaba el memorando, firmado por Francesco Spadafora, asesor del director ejecutivo del FMI. Con el tiempo, esos choques se han hecho evidentes. Cuando el FMI admitió que se equivocó al infravalorar los efectos de los recortes en la economía griega, la Comisión Europea se revolvió indignada negando cualquier error.

    más información

    Las críticas recogidas en un documento de tan solo cuatro páginas vienen por varios frentes. Por una parte, China y Suiza alertaban sobre la posibilidad de que los pronósticos de crecimiento para Grecia fueran demasiado optimistas. “Incluso una ligera desviación sobre el escenario base podría poner en riesgo la sostenibilidad de la deuda griega”, sostenían. A estos temores, los altos funcionarios del Fondo replicaban que también cabía la posibilidad de que Grecia creciera más de lo previsto.

    Al mismo tiempo, Argentina, Australia, Canadá, Brasil y Rusia señalaban “los inmensos riesgos” del programa, no solo para Grecia, sino para el prestigio del FMI. Los propios funcionarios del Fondo reconocían que estos peligros eran reales. Muchos insistían en la posibilidad de repetir errores que el organismo ya había cometido en el pasado en Argentina y en Asia. Australia, además, lanzaba una puya a la Comisión Europea, al asegurar que sus exigencias a Grecia parecían “la lista de la compra”.

    Otros países apuntaron un riesgo que finalmente se convirtió en realidad: la necesidad de conceder una quita ante la imposibilidad griega de devolver todas sus deudas. “Argentina, Brasil, India, Rusia y Suiza echan de menos un elemento: se debería haber incluido una reestructuración de la deuda con una quita para el sector privado”. Finalmente, esa decisión llegó. Pero hubo que esperar casi dos años más.

    Berlín y París incumplen con Grecia | Economía | EL PAÍS

    25/04/2013

    Grecia amenaza con cobrar a Berlín daños de guerra por la invasión nazi

    Filed under: Alemanha,Crise Financeira Européia,Grécia,Nazismo — Gilmar Crestani @ 9:59 am
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    Quem quiser saber mais sobre os estragos causados pelos alemães, basta ler Creta, do historiador ingles, Antony Beevor. De quebra, a Grécia ainda poderia cobrar dos EUA todo prejuízo causado pelo golpe dos Coronéis, brilhantemente filmado por Costa-Gavras…

    Grecia amenaza con cobrar a Berlín daños de guerra por la invasión nazi

    Atenas reclama 162.000 millones como reparaciones por la invasión nazi

    María Antonia Sánchez-Vallejo Madrid 24 ABR 2013 – 18:18 CET

    Izado de la esvástica en la Acrópolis de Atenas en 1941. / SCHEERER (BUNDESARCHIV)

    Desde que entró en la barrena de la crisis, en 2010, Grecia debe a la troika 240.000 millones de euros —más intereses—, la suma de los dos rescates que apuntalan su ruinosa economía; y su deuda pública, que entonces rondaba el 130% del PIB, ascendía el año pasado al 172%. Estas calamitosas cuentas, y el estado de depauperación en que malviven amplias capas de la población por los sucesivos ajustes, podrían en parte remediarse si Atenas reclama formalmente el dinero que desde la II Guerra Mundial le debe Alemania en concepto de reparaciones de guerra.

    Un informe confidencial encargado por el Ministerio de Economía griego revela que la suma se eleva —sin los intereses de los 60 años transcurridos— a 162.000 millones de euros, aproximadamente el 80% del PIB griego. Se calcula que alrededor de 108.000 millones corresponderían a la reconstrucción de las infraestructuras destruidas, y el resto, a los préstamos suscritos forzosamente por el Banco de Grecia para sufragar los gastos —suministros y pagas— de las fuerzas de ocupación.

    Dimitris Avramópulos, ministro de Exteriores, comunicó ayer al Parlamento que el informe será estudiado en breve por asesores legales y, luego, se decidirá si reclamar o no. “Esto es una cuestión pendiente desde hace 60 años, rebasa ampliamente los límites de la crisis de la deuda”, recordó Avramópulos.

    Durante la ocupación 300.000 personas murieron de hambre y decenas de miles fueron ejecutadas o se exiliaron

    La invasión nazi entre 1941 y 1944, y el reguero de muerte y miseria que dejó —matanzas de civiles como las de Dístomo o Kalávrita, la muerte de 300.000 personas por inanición, la ejecución y el exilio de decenas de miles de opositores—, está grabada de manera indeleble en la memoria colectiva de Grecia. No es, por tanto, una cuestión de dinero, sino de justicia histórica, insiste el Ejecutivo.

    El documento, obra de un grupo de expertos facultados por el Ministerio de Economía y que desde marzo está en manos de Avramópulos y del primer ministro, el conservador Andonis Samarás —quien se reserva la última palabra—, se basa en el análisis de 791 volúmenes de archivos, 190.000 páginas de documentos en total, muchos de ellos arrumbados en sacos en los sótanos de edificios públicos desde hace décadas.

    El 7 de abril, el diario To Vima (centroizquierda) levantó la liebre de la reclamación y tituló en portada Todo lo que Alemania nos debe, de lo que se hizo eco al día siguiente el semanario alemán Der Spiegel. La información revelaba la inapelable conclusión de los expertos: “Grecia jamás ha recibido ninguna compensación, ni por los préstamos que se vio forzada a suscribir para Alemania, ni por los daños sufridos durante la guerra”.

    La comunicación de Avramópulos al Parlamento añade una presión extra a la debilitada coalición que preside Samarás, empujado a reclamar por buena parte de la oposición, pero a la vez temeroso de abrir otro frente en la tensa relación con Alemania. Mientras masacres como la de Dístomo aguardan resolución en La Haya, el acuerdo suscrito entre Alemania y Grecia en 1960 descartaba nuevas reclamaciones individuales por la invasión nazi.

    Grecia amenaza con cobrar a Berlín daños de guerra por la invasión nazi | Internacional | EL PAÍS

    30/12/2012

    Como disse Lula, cadê a foto de Lavrentis Lavrentiadis?

    Filed under: Bancos,Grécia,Lavrentis Lavrentiadis — Gilmar Crestani @ 11:26 am

    Como disse Lula, Foto de banqueiro corrupto não aparece em jornal ou tv porque são eles que financiam e, portanto, decidem o que pode e o que não pode aparecer.

    Corruptos cum laude

    Por: María Antonia Sánchez-Vallejo| 29 de diciembre de 2012

    MuñecoParlam
    Imaginen los seguidores del Barça que la mitad del Nou Camp es confiscada por orden judicial; hagan lo mismo los merengues, los colchoneros o quienes frecuenten la Rosaleda o el Zorrilla. Se pondrán así en los zapatos de los hinchas del Olympiakós, el club rojiblanco ateniense, la mitad de cuyo estadio acaba de ser embargada provisionalmente por orden de un juez.

    Dejando al margen cuestiones de procedimiento (¿cómo demonios se embarga la mitad de un campo de fútbol? ¿desde el medio campo o por un lateral?), esta peregrina situación obedece a las investigaciones sobre el magnate –con un salto de letras casi se lee mangante- Lavrentis Lavrentiadis, en prisión desde mediados de diciembre por un presunto delito de fraude y malversación de fondos.

    Lavrentiadis, de 40 años y principal accionista del Proton Bank, fue detenido por el desvío de 700 millones de euros de depósitos del banco a compañías de su propiedad mediante préstamos; el embargo del estadio Karaiskaki es una garantía para hacer frente a las demandas de los accionistas de la entidad, que fue nacionalizada en 2011.

    El también empresario de la comunicación aguarda juicio en la cárcel de Korydallos, donde comparte patio con el exministro de Defensa socialista Akis Tsojatzópulos, entre rejas desde abril por, presuntamente, haber aceptado sobornos en la compra de un sistema antimisiles ruso y de submarinos alemanes.

    (Algún día haremos un post sobre la cárcel de Korydallos, que reúne lo mejor de cada casa y que bien podría servir de escenario para el rodaje de una peli de acción: un recluso escapó de ella dos veces, en 2006 y 2009, a bordo de un helicóptero alquilado… Y donde se investiga si los presos VIP gozan de una dieta de 5 tenedores, salmón ahumado incluido; piscina y otros lujos…)

    MasPeriodicosGRVolviendo al caso Lavrentiadis, el empresario estaba vinculado al Athens News, veterano semanario en inglés–fue fundado en 1952- y  primer diario griego con edición digital (1995); algunas de sus crónicas sobre la caída de la Junta, en 1974, son modelos de periodismo. Sus trabajadores llevaban meses sin cobrar cuando fue detenido.

    Con respecto a la corrupción en Grecia –el país menos transparente de la UE, según Transparencia Internacional-, uno podría preguntarse si sólo hay dos (presuntos) chorizos en un país de 11 millones de habitantes, los aquí citados. Nada más lejos de la realidad, a juzgar por el escándalo provocado por la lista Lagarde, la de los 2.059 griegos con cuentas en el banco suizo HSBC que divulgó el periodista Kostas Vaxevanis en la revista Hot Doc. La lista, recordemos, fue entregada hace dos años a su homólogo griego por la entonces ministra de Economía francesa, Christine Lagarde, y luego sospechosamente extraviada.

    El pasado día 21 las autoridades francesas enviaron por segunda vez el listado a Atenas, a petición del actual ministro de Economía griego, y los fiscales la remitieron ayer al Parlamento. Su contenido llevaba meses siendo pasto de los rumores: que si Margarita Papandreu, madre el ex primer ministro socialista Yorgos Papandreu, tiene en el HSBC 500 millones de euros (algunas fuentes, incluido Vaxevanis, han desmentido la información); que si el también socialista Evánguelos Venizelos, exministro de Economía y ex vicepresidente del Gobierno, es titular de tres cuentas… Pero ayer explotó el bombazo: tres de los nombres de la nueva lista serían familiares del exministro de Economía Yorgos Papakonstantinu.Y con un depósito de 1,2 millones de euros… El Pasok expulsó instantáneamente al susodicho de sus filas, le llamó de todo y le acusó de haber perdido adrede el documento original. Papakonstantinu, obviamente, lo niega. (¿Quién sale beneficiado? Pregunta retórica: Evánguelos Venizelos).

    Banco de GreciaA la transparencia no ayuda el hecho de que en el Parlamento los tres partidos de la coalición gubernamental (Nueva Democracia, Pasok e Izquierda Democrática) votaran hace diez días contra una propuesta de Syriza para escrutar el asunto; curiosamente, el partido neonazi Aurora Dorada (18 escaños) se alineó con el Gobierno (su portavoz dijo luego que había sido un error votar no). Al estallar el escándalo Papakonstantinu, en cambio, el Ejecutivo mostró inmediatamente su disposición a establecer una comisión parlamentaria que investigue "a fondo" los tejemanejes del exministro.

    Entre leyes hechas a la carta, como la que permitió a Lavrentiadis vadear durante un tiempo la acción de la justicia devolviendo parte de lo robado (51 millones), y el escándalo de la lista Lagarde –en la que aparece-, el requisito de combatir el fraude fiscal, una de las imposiciones de la troika para desbloquear el último tramo de ayuda, parece una quimera. Entretanto, quid prodest? Segunda pregunta retórica: a la casta de políticos y empresarios –muchos de ellos, del sector de la comunicación- responsable de la triste suerte de los griegos.

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    13º trabalho de Hércules

    Filed under: Crise Financeira Européia,Grécia,Hércules,Mitologia — Gilmar Crestani @ 11:16 am

     

    “Como Hércules, tenemos que limpiar la mierda y pelear con la hidra”

    De gira por la Argentina, el dirigente de la izquierda griega explica cómo deforma el sector financiero de su país la situación argentina, rescata el desarrollo posterior a la crisis del 2001 y explica los desafíos de la oposición para superar al neonazismo y llegar al gobierno en Atenas.

    Por Martín Granovsky

    A los 38 años, Alexis Tsipras es el líder de Syriza, el movimiento político y social griego que enfrenta al gobierno conservador y proyecta llegar al poder por la vía democrática para terminar con la austeridad como principio máximo de la política. Tras unos días de visita en la Argentina, Tsipras aceptó comparar las dos situaciones con todas sus similitudes y diferencias.

    –¿La Argentina sigue siendo tema de discusión en Grecia por la contracción de deuda, el default y la reestructuración?

    –Sí. Hablamos de ustedes.

    –¿Del default o de la reestructuración?

    –De todo.

    –¿Y después de este viaje a la Argentina?

    –Terminamos mucho más sabios. Estudiamos con detalle el proceso que se dio durante y después de la crisis. Vimos similitudes y también diferencias. De parte del Fondo Monetario Internacional las recetas fueron iguales en Grecia y en la Argentina. También fueron iguales en ambos países los medicamentos que se le dieron a Grecia y a la Argentina. Iguales y vencidos. Fracasaron. Nos llevaron a la catástrofe. El paciente griego internado en una cama europea está en coma. Todos los tubos y los medicamentos lo ligan al corazón de Europa. Es complejo. Si el paciente en coma muere, parece que la Eurozona tampoco puede sobrevivir. Por eso digo que tenemos similitudes y diferencias entre la Argentina del 2001 y la Grecia de hoy. Lo que es interesante es cómo presentan el ejemplo de la Argentina en Europa.

    –¿Quiénes?

    –Los sectores más ligados al sistema financiero. La Argentina es el ejemplo de un país que le dijo no al sistema financiero mundial. Los sectores financieros de Europa distorsionan lo que ocurrió aquí. El ejemplo molesta a los círculos financieros. Por eso los centros ultraliberales están tratando no solo de distorsionar las cosas en términos ideológicos sino de presentar una trayectoria histórica diferente. Cambian los hechos. Durante nuestra estadía en la Argentina y en los encuentros que mantuvimos, hubo cobertura en noticieros de la televisión griega. Entonces ponían una imagen mía encontrándome con un dirigente argentino y, en pantalla partida, mostraban ejemplos del corralito argentino y la gente golpeando las persianas de los bancos.

    –¿Sin poner las fechas de cada cosa?

    –Sin ninguna precisión. El mensaje es claro: “Sigan el camino que les propone la izquierda griega y llegarán a la bancarrota como en la Argentina”.

    –¿Es interesante para Grecia el ejemplo de reestructuración de la deuda con quita?

    –Sí, claro, pero primero debemos ver qué hay de parecido en cada país y en cada coyuntura histórica. La negociación que llevó a cabo el Estado argentino después de la crisis es un ejemplo para estudiar y examinar. En los próximos años seguramente esto va a ser un tema en las facultades de ciencias económicas. Eso prueba que cuando hay un acreedor y un deudor, los dos están en situación difícil. No uno solo. La propia negociación lo demuestra. Pero yo veo otros puntos positivos más allá de la reestructuración de la deuda. El desarrollo económico argentino posterior a la crisis aguantó aunque el país quedó fuera de los mercados de préstamo. Aguantó porque contó con una base productiva amplia, y exportadora. Soportó porque desde un principio pudo revitalizar la economía interna y cubrir las necesidades del pueblo. En su segunda fase las exportaciones fueron importantes y garantizaron el crecimiento del Producto Bruto Interno. Pero también hay que tener en cuenta que cuando la Argentina pasó por la fase de crecimiento alta, el crecimiento global también era alto. Y además todo ocurrió dentro de una coyuntura regional sudamericana positiva. Nosotros en Grecia no tenemos ninguno de los dos puntos positivos. Ni crecimiento global ni coyuntura regional favorable.

    –El peor de los mundos.

    –Sí, pero al mismo tiempo tratamos de hacer de la necesidad virtud. Con esa visión participamos dentro de la Zona Euro. Grecia tiene solo el 2,5 por ciento del PBI europeo y a la vez está en el centro de la opinión pública mundial. Esto no pasa, claro, por el hecho de que todos se preocupen acerca del sufrimiento del pueblo griego. El temor es el efecto dominó.

    –O sea que un punto fuerte de ustedes es el temor.

    –Es que, si Europa sigue así, el principal país que pensará en salir de la Zona Euro es Alemania. Eso quiere decir que un pequeño país como Grecia puede ser una piedrita capaz de romper esa máquina gigante del motor ultraliberal. Por eso sufrimos un ataque frontal a nivel mundial en las últimas elecciones. Auguraban que vendría el caos. Quizá pueden aguantar mínimamente un escenario posneoliberal. Pero no lo pueden aceptar en el núcleo duro de Europa.

    –La clave, pareciera, es la capacidad de daño de Grecia.

    –Muchas veces comparé la situación de Grecia respecto de sus socios europeos con otras épocas. Es como la Guerra Fría. Los dos sectores pueden tocar el botón, pero aunque uno lo haga ninguno ganará. La catástrofe será para todos.

    –¿Cuál sería hoy ese botón?

    –El botón sería la explosión del euro. Pero el que pierda en esta Guerra Fría es el primero que dé un paso atrás. Por eso nosotros nos preparamos para un gran enfrentamiento. Hemos dicho claramente que desde el gobierno vamos a romper con los tratados de austeridad. Seguiremos en ese camino aunque nos corten los préstamos. No es un chiste. Lo vamos a hacer. Pero necesitamos el apoyo popular.

    –El movimiento político de la izquierda griega produce en el mundo progresista admiración y preocupación. Admiración por su crecimento veloz en los últimos años. Preocupación por si esa velocidad no fuera suficiente.

    –El movimiento empezó en dos plazas de Atenas. Vamos a llamarlas de alguna manera: la de abajo y la de arriba. La plaza de abajo fue siempre más politizada, con asambleas temáticas, con diferentes charlas. Participaba mucha juventud. Practicaba democracia directa. Pero lo importante es que estas manifestaciones fueron completamente pacíficas con gran participación de masas, con muchísima gente.

    –¿Qué pasaba en la plaza de arriba?

    –Fue menos participativa. Por eso el sistema se asustó más con la de abajo. No era lo mismo que romper un banco o romper un cajero electrónico. Romper fortalecía al sistema. En cambio la actitud pacífica sí les marcó un alerta. Hay que tener en cuenta que estas reacciones espontáneas y masivas derivaron en la caída de dos gobiernos. Pero en cambio, volviendo a la comparación de las dos plazas, los bancos quemados y las pequeñas propiedades quemadas no dieron resultados políticos. Es muy simple: con los incendios, el gran capital encontraba un pequeño comercio para llorar.

    –¿Y ahora?

    –Ahora hay un reflujo del movimiento, una recesión política relativa. La gente espera cambios políticos agudos y pone más esperanza en un enfrentamiento político con más resultados. Por eso en las dos elecciones en mayo y en junio no pudimos ganar. Eso también creó un tipo de cansancio. Es duro ver que tampoco había resultados en un sentido de cambio.

    –¿Cuál es el cambio deseable para la coalición de izquierda?

    –El único camino es derrocar al gobierno por una vía democrática. Tenemos una responsabilidad de la cual somos conscientes: una gran parte de la población puso sus esperanzas en el proyecto alternativo y debemos reforzar esa meta. Pero eso es al mismo tiempo positivo y negativo para nosotros. La gente espera de nosotros muchísimas cosas.

    –¿Eso es lo positivo?

    –Sí. Y lo negativo es que deposite sus esperanzas y solo espere. El riesgo de la pasividad no existe solo cuando uno está en la oposición. Incluso en un futuro gobierno no podemos plantear una opción verdaderamente alternativa sin participación popular.

    –¿Qué hacen para resolverlo hoy?

    –Lo primero que hacemos es decírselo a la gente permanentemente. Y vamos a seguir como antes de las últimas elecciones, con las asambleas populares en los barrios, en las grandes ciudades y en los lugares de trabajo. También pedimos a la gente que asista a las huelgas y sea parte de los movimientos obreros y sindicales que se están llevando a cabo. Al mismo tiempo estamos construyendo una gran red social de solidaridad. La llamamos solidaridad para todos. Dentro de la crisis, cualquier movimiento social es también muy político. Pero queremos crear una conciencia social colectiva. No es filantropía. Es conciencia social. Estas redes pueden ser el núcleo de una nueva organización social de masas, que a su vez puede ser el núcleo de grandes cambios sociales.

    –Escuché que le preocupaba el neonazismo en Grecia. ¿Cuál es el nivel de arraigo popular de los neonazis?

    –Es un acontecimiento muy triste. Este contexto político nació dentro de la destrucción de la cohesión social de la sociedad, en combinación con el terror y el temor. Al mismo tiempo con dificultades. En ese contexto aparecen como chivo expiatorio las grandes masas de inmigrantes.

    –¿De dónde?

    –En los últimos años Grecia se convirtió en una prisión de inmigrantes. En Europa tenemos Dublín II, el famoso tratado, que “protege” a los países del norte y del centro de Europa. Eso crea un colchón de inmigrantes en Italia, España y Grecia. En nuestro país gran parte de la frontera es agua. Son islas. Hay grandes organizaciones mafiosas que traen especialmente inmigrantes a través de Turquía. La mayoría, cuando llega, ya caminó miles y miles de kilómetros. Vienen de países en guerra o de naciones que sufrieron cambios climáticos dramáticos… Venden lo que pueden a los mafiosos, que los trasladan en barcos como sardinas en lata. Cuando llegan a Grecia los meten en centros. Después los dejan libres. Hacen lo que pueden para sobrevivir. Pero son muy frágiles ante la manipulación del crimen organizado. Decenas de personas viven hacinados en pequeños departamentos. Hay lugares dentro Atenas que ya son ghettos. En esos lugares hay grandes enfrentamientos. Es dentro de esa compleja situación que nace la ideología de la xenofobia y del fascismo. Hay una base real de donde salen estas ideas.

    –La crisis en todas sus dimensiones.

    –Con la crisis esto se multiplica. Es triste, porque el pueblo griego no tiene comportamiento racista. No está en su tradición. Es un pueblo de inmigrantes. ¿Cómo puede ser racista? ¿Cómo un pueblo que organizó partisanos antifascistas puede permitirse que de su seno crezcan movimientos neonazis? Por eso existe un hombre de 92 años, Manolis Glezos, que fue guerrillero y estuvo en el Parlamento griego para dar lecciones de historia.

    –¿Los pueblos aprenden de la historia?

    –La Historia la escriben los que ganan. Hay que ver si esa Historia es la verdadera. Pero nosotros queremos guardar la memoria histórica de nuestro pueblo de generación en generación en la construcción de una conciencia social colectiva. Grecia sufrió mucho porque es un territorio vital. En el último siglo tuvimos dos ejemplos de batallas heroicas. Primero la resistencia en la Segunda Guerra Mundial, cuando el Frente de Liberación Nacional estuvo muy cerca de llegar al poder y la invasión a nuestro país no lo permitió. Segundo ejemplo, la resistencia contra la Dictadura de los Coroneles, entre el ’67 y el ’74. Eso tiene un peso histórico muy fuerte y seguiremos adelante mirando ese faro.

    –¿Por quién se sienten acompañados en Europa?

    –Europa está pasando por una fase de transición. Afrontamos la mutación de la socialdemocracia en una fuerza neoliberal pura. Deja un hueco político inmenso porque rompe sus lazos de tradición con capas sociales importantes. Son las capas que convirtieron a la socialdemocracia en hegemónica. Syriza nació en gran parte dentro de ese hueco político. En el resto del sur del Europa tendremos esa misma trayectoria, pero con pasos quizás más lentos. Por eso nuestras alianzas europeas comienzan a la izquierda de la izquierda y terminan a la izquierda de la socialdemocracia. Los aliados más fuertes en el continente europeo son los movimientos sociales y los que se convencen cada día más de que la austeridad no es el camino. Ahí comienzan nuestras alianzas.

    –En Grecia debe ser una tentación inspirarse en figuras clásicas, ¿no?

    –¿Mitológicas o reales?

    –No sé. Queda a gusto del consumidor.

    –Elijo una figura mitológica, entonces: Hércules. Cuando los dioses lo castigaron, una de las tareas de Hércules era limpiar la mierda. Pasó meses y meses sacándola. Terminó su obra. Entonces le encargaron otra tarea: debía cortar la cabeza de la hidra. El problema es que cuando cortaba una cabeza salían otras dos nuevas. Eso pasa con el sistema financiero internacional. Tenemos que limpiar la mierda y enfrentar a la hidra. Por eso queremos construir una gran fuerza política: porque no será fácil.

    martin.granovsky@gmail.com

    Página/12 :: El país :: “Como Hércules, tenemos que limpiar la mierda y pelear con la hidra”

    11/11/2012

    Crise financeira e remédios direitistas europeus

    Filed under: Crise Financeira Européia,Direita,Espanha,Grécia — Gilmar Crestani @ 11:04 am

     

    Las calles por donde no nos dejan pasear

    No es inconcebible. Es intolerable. Está pasando lo que estamos viendo: suicidios en España, falta de medicinas en Grecia

    Soledad Gallego-Díaz11 NOV 2012 – 00:00 CET

    Sigmund Freud distinguió una vez entre el duelo y la melancolía. Duelo, explicó, es el dolor, la reacción natural ante la pérdida de un ser amado o de algo más abstracto pero equivalente, como la libertad, la patria, quizá un sistema social que nos pareció razonablemente justo y en el que nos sentíamos cómodos o, incluso, un periódico o una revista al que nos encontrábamos unidos.

    La melancolía es cuando ese dolor va acompañado por un sentimiento de culpa, cuando se traduce en reproches y acusaciones propias. Entonces, el estado natural de duelo se convierte en una enfermedad morbosa.

    Cuando nos destierran de un mundo que amábamos, es importante pasar el duelo, el dolor y la tristeza, pero también saber que llegará el momento en el que encontremos dónde depositar de nuevo nuestros afectos, nuestro empeño y nuestra esperanza. Que es importante huir de la melancolía que pretende hundirnos en la sensación de que somos “indignos de estimación, incapaces de rendimiento valioso alguno”. Uno de los caracteres más singulares de la melancolía, explicaba el gran Freud, es el miedo a la ruina y al empobrecimiento.

    Así nos tienen. Así estamos en los países del sur de Europa, empujados a la melancolía, expulsados de un mundo que creíamos nuestro y que desaparece bajo nuestros pies, mientras intentan que creamos que somos nosotros los que hemos provocado ese dolor y esa tristeza por nuestra falta de sentido. Empeñados en que caigamos en el miedo a la ruina y el empobrecimiento sin esperanza, puesto que, intentan que aceptemos, ese es nuestro propio destino.

    Otro profesor judío menos famoso, que se convirtió, sin pretenderlo, en un periodista de rara percepción, Victor Klemperer, se dedicó a observar y a anotar en varios tomos de un diario todo el proceso de deshumanización que le rodeó en la Alemania de la II Guerra Mundial. Klemperer no podía creerse lo que estaba viendo y se preguntaba si debía dudar de su raciocinio, en lugar de cuestionar la realidad.

    Cuando lo que pasa alrededor de uno es tan abrumador, parece, hubiera dicho, quizá, el profesor Freud, que es una reacción normal terminar no por censurar la realidad, sino nuestro propio juicio moral. No puede estar pasando lo que está pasando. No creo que estoy viviendo lo que estoy viviendo. Todo esto es mucho más normal de lo que creo, debe ser más lógico y razonable, me equivoco al censurarlo tan radicalmente.

    Pues no. Nadie se está volviendo loco. Es la realidad la que supera lo imaginable y es la realidad lo que hay que censurar.

    Los griegos enfermos de cáncer que no pueden recibir tratamiento porque han perdido el trabajo y agonizan fuera del sistema sanitario están ahí. Los hospitales griegos a los que ya no llega una potente droga anticancerosa porque la empresa alemana que la fabrica, harta por no cobrar las facturas, ha decidido interrumpir el suministro y aconsejar a los enfermos que “acudan a las farmacias a comprarlas con su dinero”, están ahí. Y esta ahí la obligación del Gobierno griego de pagar, por encima de todo y antes que todo, la deuda que contrajo con los bancos internacionales.

    Está ahí la amenaza de una recesión prolongada a lo largo de los próximos años. La Comisión Europea no tiene intención de engañarnos. Nos anuncia que viene otro largo año de pésimos augurios, en el que padeceremos nuevos recortes y ajustes. En el que más griegos padecerán lo inimaginable.

    Hagamos el duelo por ese mundo del que nos proscriben, pero sería bueno que nos sacudamos la melancolía cuanto antes. La realidad es Grecia, o los suicidios de quienes no soportan la humillación del desahucio, esa es la realidad como lo eran las calles por las que se prohibió pasear a Víctor Klemperer. Está pasando lo que estamos viendo. Y no es inconcebible. Es intolerable. Eso es lo que tenemos que comprender cuanto antes. Que algunas de las cosas que suceden ante nuestros asombrados ojos son ultrajantes.

    Las calles por donde no nos dejan pasear | Opinión | EL PAÍS

    30/10/2012

    Grécia detém jornalista que divulgou lista de compatriotas com contas ilegais na Suíça

    Filed under: Bancos,Grécia,Kostas Vaxevanis,Liberdade de Expressão,Suíça — Gilmar Crestani @ 9:41 am

    Como Bradley Manning, a liberdade de expre$$ão cobra seu preço em espécie. E não por acaso, as contas estão na Suíça, o país que lava mais banco. E ainda há quem pensa que o centro da corrupção seja a Sicília…

    Grécia detém jornalista que divulgou lista de compatriotas com contas ilegais na Suíça

    Ex-ministro das Finanças admitiu que governo não agiu por medo de enfrentar elites

    Agência Efe

    Edição da revista Hot Doc que contém lista com os nomes de dois mil gregos que possuem contas na Suíça
    Um jornalista grego foi detido neste domingo (28/10) por ter revelado os nomes de mais de dois mil membros da elite financeira e política do país que possuem contas bancárias ilegais na Suíça. As autoridades gregas ainda entraram com processo contra Kostas Vaxevanis por violação de privacidade.
    A lista, publicada na última edição da revista Hot Doc, foi entregue ao governo do país há dois anos pela então ministra das Finanças da França, Christine Lagarde, mas ainda era desconhecida do grande público. O documento mostra que 2059 gregos sonegaram mais de 1,5 bilhão de dólares em impostos e enviaram ilegalmente elevadas somas ao país europeu.

    Leia mais

    O editor acusou as autoridades de não tomarem nenhuma providência frente ao crime financeiro em plena crise econômica. "Se alguém deve prestar contas perante a lei são aqueles ministros que esconderam a lista e disseram que ela não existe. Só fiz o meu trabalho. Sou jornalista e fiz o meu trabalho", disse Vaxevanis em vídeo enviado para a agência de notícias Reuters.
    O Ministério Público se defendeu das acusações e afirmou que a revista não respeitou a legislação de informações pessoais. “Não há provas de que as pessoas ou empresas incluídas na lista tenham violado a lei. Não há provas de que eles violaram a lei de sonegação de impostos ou lavagem de dinheiro", disse um oficial.
    Agência Efe

    O editor da revista Hot Doc, Kostas Vaxevanis (acima), foi preso pela polícia grega por violação de privacidade
    "Em vez de prender os sonegadores de impostos e ministros que tinham a lista em suas mãos, eles estão tentando prender a verdade e a liberdade da imprensa", acrescentou Vaxevanis. Para apoiadores do jornalista, sua prisão foi uma forma encontrada pelas autoridades de ocultar as denúncias e apaziguar possíveis manifestações. 
    A revelação do documento ocorre em um momento complicado na Grécia, que enfrenta dura recessão econômica e altos índices de desemprego. O recém-eleito governo continuou com a política de austeridade e anunciou no dia 24 de outubro novos cortes no orçamento público, o que provocou a indignação de grande parte da sociedade. 
    Medo das elites
    Em comunicado, o partido de esquerda Syriza (Coalizão da Esquerda Radical) condenou a prisão do editor da Hot Doc, que caracterizou como “provocativa e inaceitável”. "A acusação contra Vaxevanis é política, e como tal deve ser enfrentada pela totalidade do povo grego”, diz o texto citado pelo site de notícias Athens News. “A população sofre com as consequências da política mais classista já conhecida pela Grécia desde a restauração da democracia”. 
    O partido comunista do país aderiu às críticas. “O deboche e a enganação do povo grego por aqueles que os enganam e os utilizam de acordo com suas conveniências políticas e econômicas deve parar”, afirmou o grupo em texto. “O sistema econômico e político que prevalece não quer que as pessoas saibam a verdade e o seu objetivo é desorientar e enganar o povo”, acrescentou.
    George Papaconstantinou, ex-ministro das Finanças que recebeu a lista de Lagarde, disse que as autoridades gregas não agiram por medo de confrontar a elite econômica e política do país. O membro do PASOK (Partido Socialista Pan-Helênico) ainda alertou que o problema da evasão fiscal do país é muito mais extenso do que estes dois mil nomes.  
    “A quantia não é insignificante, mas a verdade é que, se comparada a outras listas que o Ministério das Finanças possui, ela não é o tesouro encantado que todos esperam”, disse ele segundo o jornal britânico Guardian. “Existe uma lista do Banco da Grécia com 54 mil pessoas que tiraram 22 bilhões do país. Isso é oficial e pode ser utilizado na Justiça”, acrescentou. 
    Histórico
    O documento foi adquirido pelas autoridades francesas há quatro anos, em uma investigação contra Herve Falcianium, ex-funcionário do banco HSBC que copiou detalhes de contas bancárias dos correntistas em um computador pessoal. Em 2010, Lagarde entregou a lista em um CD e USB para Papaconstantinou, que diz ter iniciado as investigações.
    Por conta de alegação da administração atual do Ministério das Finanças, de que não recebeu o documento do ex-ministro, o Parlamento grego abriu o inquérito sobre o caso. Depois do esclarecimento de Papaconstantinou, as autoridades disseram que encontraram a lista.

    Opera Mundi – Grécia detém jornalista que divulgou lista de compatriotas com contas ilegais na Suíça

    19/10/2012

    Com bola e tudo

    Filed under: Futebol,Grécia — Gilmar Crestani @ 8:40 am

     

    Patrocínio de bordeis salva time de futebol grego da falência

    O Voukefalas, natural da cidade de Larissa, acumulava dívidas antes de receber o patrocínio

    O Voukefalas, time de futebol amador grego, foi resgatado por dois bordéis da cidade de Larissa após passar por dificuldades financeiras. As casas de prostituição Villa Erotica e Soula’s House of History tiveram seus nomes impressos na camisa da equipe, além de poderem escolher a nova cor, o rosa.

    Divulgação/Voukefalas

    O time tem escalados estudantes, garçons e entregadores de pizzas que, inicialmente, torceram o nariz ao patrocínio, mas, por considerarem que "o futebol amador foi abandonado por quase todos", acabaram aceitando os "anunciantes". "É uma questão de sobrevivência", afirmou o goleiro, funcionário de uma agência de viagens.

    Na Grécia, a prostituição é legal e opera mediante uma estrita legislação. O país passa atualmente por uma profunda crise econômica e social e se submete a um duro pacote de medidas de austeridade imposto pela Uniaõ Europeia. Estão contemplados o aumento da idade de aposentadoria de 65 para 67 anos, além de cortes em salários públicos, pensões e prestações sociais.

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    Opera Mundi – Patrocínio de bordeis salva time de futebol grego da falência

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